Pequeños Gigantes contro Piccoli Giganti, La 5 fa lo sgambetto a Real Time e trasmette le repliche con Belen lo stesso giorno

Scaramucce, piccoli sgarbi, dispetti catodici: la storia del piccolo schermo è costellata di provocazioni che scavalcano le normali logiche di anti-programmazione e contro-programmazione e si trasformano in dichiarazioni di aperta guerra. L’ultima in ordine temporale vede schierati da una parte La 5, il canale ‘femminile’ del gruppo Mediaset, e dall’altra Real Time. L’oggetto del contendere? La seconda edizione di Piccoli Giganti, baby talent in onda per il primo anno dal sulla rete del gruppo Discovery.

Il format, precedentemente prodotto da Fascino PGT e in onda su Canale 5 col nome Pequeños Gigantes, ha preso il via verso la rete di lifestyle, e probabilmente non in modo pacifico. La prima puntata del nuovo corso di episodi, condotti da Gabriele Corsi del trio medusa, vedrà la luce il 26 Aprile. La stessa sera La 5 ha deciso di programmare la prima edizione, condotta da Belen Rodriguez. A svelarlo, Giuseppe Candela per Dagospia.

Uno sgambetto che dimostra una verità incontrovertibile: il format è uscito da Cologno Monzese non senza tensioni. O forse che la guerra delle generaliste si sta spostando sulle piccole digitali, a colpi di zerovirgola. Sebbene le puntate inedite abbiano un’innegabile appeal, va riconosciuto che anche la showgirl sudamericana è un catalizzatore di attenzione. Riuscirà La 5 ad erodere qualche punto a Real Time?

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Gay Village 2017, si parte l’8 giugno?

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Dopo alcuni giorni di blackout, durante i quali le icone della pagina Facebook si sono tinte di un misterioso nero, i profili social del Gay Village iniziano a (ri)prendere forma, lasciando intendere l’arrivo imminente della nuova, attesissima, campagna pubblicitaria e quindi della sedicesima stagione della fortunata kermesse gay romana.

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#LoveYourNature l’hashtag che accompagna il primo scatto, una pianta che germoglia. Oltre a questo c’è anche il link al sito web ufficiale, nel quale campeggia fiero un countdown che rimanda all’8 Giugno, comprensibilmente la data di avvio dell’evento più grande dell’estate capitolina. Come consuetudine si inizia il giovedì, per poi intrattenere gli ospiti fino alle prime ore della domenica mattina. Confermata – per la gioia dei fan – anche per quest’anno la partenza anticipata ai primi giorni di giugno, a differenza degli altri anni nei quali Gay Village era una delle ultime realtà ad aprire i battenti, quasi a ridosso di Luglio.

Questa stagione di Gay Village però sarà sotto i riflettori anche perché è la prima, dopo quattro anni, a non godere della direzione artistica di Vladimir Luxuria, recentemente opinionista dell’Isola dei Famosi e impegnata con il piccolo schermo.
Ma Gay Village è in buone mani: a prendere l’eredità dell’organizzazione il cast artistico storico, che sta mettendo a punto le ultime sorprese prima del varo della stagione.

Dopo lo stadio, la scuola e la fattoria, quale sarà il tema di quest’anno? A chi sarà affidata la sigla? Ci sarà una madrina per l’opening party? Presto, qui, nuove news.

Ma Quale Amici: il solito Morgan rompe il giocattolo e lo scandaletto si ritorce contro Maria.

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Tira una brutta aria in quel di Via Tiburtina. Il tempio mariano alla periferia nord-est di Roma, anche noto col nome di studi Elios, è teatro di un’improvvisa quanto significativa crisi del più complesso prodotto messo in campo da Fascino, ovvero Amici.

Un’edizione un po’ al di sotto delle aspettative per diversi motivi: una giuria non propriamente incisiva, un livello dei talenti discutibile, l’inevitabile straniamento dovuto ai ben sette giorni che dividono la registrazione dalla messa in onda sono solo alcuni dei problemi che affliggono la creatura di Maria De Filippi, giunta alla sedicesima edizione. Un’assenza di smalto che, percepita dal pubblico a casa, è costata anche la sconfitta all’Auditel dell’eterno competitor: i ballerini di Milly Carlucci, dopo settimane di tentativi, hanno infatti vinto la serata dello scorso sabato, tra le polemiche della combattiva Betty Soldati (ufficio stampa della De Filippi e di un sacco di altri big del piccolo schermo) e l’altrettanto pungente Selvaggia Lucarelli, giudice in forze tra le fila di Ballando Con Le Stelle.

Ad aggiungersi al quadro precario ieri il coup de théâtre la mina vagante Morgan ha lasciato amici. Il comunicato fa il giro della rete, viene ripreso, tagliato, cucito, ma in qualsiasi versione tiene botta il laconico commento della bionda sanguinaria dell’ammiraglia Mediaset: ‘È un mio fallimento‘. In pochi minuti teorici del complotto, critici televisivi, semplici utenti di Twitter hanno imbracciato le armi ed hanno scelto da che parte stare, in questa guerra civile fatta di assegnazioni, passi a due e carte da far girare. #TeamMorgan o #TeamMaria? Fate il vostro gioco, prima che sia troppo tardi. Ma siamo proprio sicuri che questo colpo di scena sia sincero e genuino? A pensare male si fa peccato.. diceva qualche anno fa qualcuno, ma la guerra del sabato sera è senza esclusione di colpi.

Solo pochi giorni fa, nell’incontro con la stampa di settore, Morgan rispondeva così a chi gli chiedeva perché avesse accettato una trasmissione ‘pop’ come Amici: “Perché ho bisogno di denaro per estinguere i debiti accumulati a causa dei miei commercialisti che per quindici anni non hanno pagato le tasse“.
È difficile credere che una macchina imponente come Fascino non abbia dei contratti blindati e rigidi. Veramente lo spacco era così insanabile da far preferire al Castoldi di pagare una profumata penale, anziché finire di portare a casa l’esperienza.

Marco Castoldi poi è un personaggio spigoloso e imprevedibile. Questo si sa dal primo X Factor, e negli anni a seguire ha sempre dato modo di scoprire che dietro il talento istrionico si nasconde un uomo con immensi guizzi ma anche con profondi abissi. Ma si sa anche che ha una cultura e una preparazione musicale enciclopedica. Di sei edizione di X Factor ne ha vinte la bellezza di cinque, valorizzando i suoi concorrenti con scelte di nicchia ma sempre di valore. Dal comunicato diramato di Maria sembra quasi che il problema sia la mancata professionalità del cantautore. Possibile che non sia riuscito a trovare una lunghezza d’onda coi ragazzi del talent di Canale 5? E soprattutto, il limite è del solito Morgan di sempre o dei concorrenti, abituati a un pubblico in preda all”ormonella‘, che ad una canzone di De Andrè o dei Depeche Mode preferisce un quadro di Peparini con addominali e bicipiti in trionfo?

Inoltre c’è da considerare che Morgan ha lasciato la puntata (e il programma) proprio nella sera in cui c’è ospite Emma, storica coach e amica del cuore di Elisa con la quale ha condiviso due anni alla guida delle squadre di Amici. E infatti il siparietto è servito: Morgan – alla luce delle dichiarazioni di chi stava assistendo alla registrazione – dopo l’ennesima rivolta del pubblico fischiante – ha lasciato lo studio, è stato sostuito in corsa da Maria (a confermare lo sfiancante storytelling della ‘salvifica’ conduttrice che tutto può e tutto risolve) e poi da Emma che avrebbe preso in mano la situazione. Una scelta che andrebbe a ‘rafforzare’ l’universo Fascino, col figliol prodigo Marrone pronto a tornare tra le braccia del suo pubblico adorante, a ringraziare colei che le diede la fama ormai sette anni fa e rincontrare l’amica coach. Con Morgan agnello sacrificale dato in pasto ai ‘bimbiminkia’.

Maria sapeva che si stava mettendo ‘in casa’ l’umorale Morgan e quest’ultimo era perfettamente conscio che lo studio di Amici non è mai stato il Radio City Music Hall, ma nell’incompatibilità tra l'”alto” di Castoldi e il ‘popolare’ di Maria a uscirne sconfitta è proprio quest’ultima. Amici, vero o studiato che sia l’abbandono, ha mostrato il fianco: è emerso quanto la macchina sforna-talenti sia un prodotto confezionato squisitamente dal punto di vista televisivo, una macchina da guerra funzionale a Maria a dimostrare i muscoli (grazie, ad esempio, ai suoi ospiti hollywoodiani) ma musicalmente in balia delle major, del pubblico ‘low profile’, delle dinamiche drammaturgiche da prime time generalista e delle scelte popolane dettate dal mercato cheap. D’altronde quanti anni sono che non esce un fuoriclasse da Viale Tiburtina?

 

Amici 2016 choc, Morgan lascia il programma. Maria De Filippi: ‘Mio fallimento’.

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Sono purtroppo costretta a confermare le voci che annunciano l’uscita di Morgan da Amici. È vero e lo considero un mio fallimento“. Lo afferma Maria De Filippi in una lunga dichiarazione dove tra l’altro aggiunge: “dopo una lunga e vana attesa di un incontro con gli autori e con chi gestisce la produzione, tutto è degenerato. Da lui sono partiti gli insulti, le accuse, le teorie complottiste e persecutorie, fino alla ovvia e necessaria risoluzione degli impegni reciproci. Peccato

La nota arriva dopo che era trapelato che durante la registrazione della puntata che andrà in onda sabato il musicista aveva abbandonato lo studio in polemica con il pubblico e con i suoi allievi che contestavano le sue scelte artistiche; lo hanno accusato di scegliere brani non adatti a loro.

 

“Considero Morgan un artista a tutti gli effetti. È un musicista e sa tanto di musica, doti eccezionali per ricoprire, credevo, il ruolo di Coach capitanando una delle due squadre che si fronteggiano durante la fase serale di Amici. E ho sbagliato. Ho creduto che potessero bastare, non valutando che avrebbe anche dovuto ricoprire un altro aspetto purtroppo altrettanto necessario: corrispondere alle esigenze dei ragazzi. Creare quel legame che porti i ragazzi in gara, a credere nel loro coach; far sì che i ragazzi gli riconoscano le capacità di guida e di crescita come è giusto che sia in ogni rapporto costruttivo e mai impositivo. Questo non è successo. Anzi purtroppo è successo l’esatto contrario”.

Dopo solo tre puntate – e una recente sconfitta all’Auditel da parte dell’eterno competitori Ballando Con Le Stelle – Amici 16 si ritrova senza uno degli ingredienti più speziati della propria ricetta. Chi prenderà il suo posto? Tornerà Emma?

Fabio Fazio e il tweet choc: “Bisogna assumersi nuovi rischi. Ovunque sarò, produttore di me stesso”. È rottura con la Rai?

È Twitter ad accogliere il messaggio, enigmatico e sibillino, di Fabio Fazio riguardo il suo futuro catodico. Il conduttore, volto di punta di Rai 3 con il suo Che Tempo Che Fa, ha risvegliato dal torpore pomeridiano gli utenti del social network con l’uccellino con un’esternazione che si presta a diverse interpretazioni. Il più evidente è quello che lascerebbe presagire ad un addio alla rete diretta da Daria Bignardi.

‘Nuove responsabilità e nuovi rischi’, ‘produttore di me stesso’, ma sopratutto ‘ovunque sarà’ è la parte di testo che ha incuriosito i lettori, che hanno iniziato a disegnare probabili scenari riguardo il futuro del giornalista ligure. Che il tetto ai compensi fissato a 240.000 euro lo abbia spinto a sperimentare nuove soluzioni lavorative? O il normale scorrere del tempo ha indotto il conduttore a cercare nuove sfide professionali? Questo è ancora presto per saperlo, ma i luoghi di destinazione a disposizione non sono troppi: esclusa Mediaset (per evidenti incompatibilità contenutistiche), Fazio potrebbe approdare a La 7 (rete ‘simile’ a Rai 3 per contenuti), più comprensibilmente a Sky, o addirittura andare ad arricchire le fila di reti generaliste minori ma in espansione, come NOVE, la digitale free del gruppo Discovery, o TV8, l’avamposto in chiaro di Sky.

Che sia giunta l’ora di calare il sipario sul prestigioso salotto domenicale di Rai 3?

Standing Ovation: un Ti Lascio Una Canzone che vorrebbe elevarsi a talent ma è una messa cantata di casi umani

Il ritorno di Antonella Clerici nella fascia più ambita del palinsesto avrebbe dovuto essere accompagnato da uno show adeguato al compito, che valorizzasse la ‘leonessa in gabbia’ del servizio pubblico restituendole il prestigio dei suoi vecchi spettacoli: descrizione che però non calza suStanding Ovation, il nuovo programma di Rai 1 che la vede padrona di casa e che rappresenta l’ennesima occasione sprecata per la regina del mezzogiorno catodico.

Il concept di Standing Ovation è forte: l’idea di far cantare insieme genitori e figli dovrebbe garantire trasversalità al racconto, riuscendo a raggiungere un pubblico ampio e permettendo di poggiarsi su una galleria potenzialmente infinita di storie personali. Sulla carta, perché la messa in pratica è decisamente meno riuscita delle intenzioni.
Il primo grande limite sono i concorrenti: tralasciando il fatto che non siano emersi talenti grandiosi dal punto di vista strettamente artistico, il casting ha puntato tutto sulle storie e il trascorso, portando sul palco dieci storie che spaziano dalla ragazza madre al padre non vedente, passando per il ricongiungimento familiare. Una passerella di drammi che ha fagocitato il resto del programma, affrontati senza però avere la forza e il coraggio di entrare a fondo: i percorsi travagliati sono stati trattati marginalmente a fine esibizione, con un paio di domande dalla banalità sconcertante, giusto il tempo per preparare la prossima esibizione. In questo modo non è emersa né la musica né le storie, il people show è rimasto lasciato a metà e il talent ha perso di mordente e appeal.

Anche la giuria non ha aiutato a conferire ritmo allo show: commenti buoni e buonisti, un trionfo di ‘siete pronti per la carriera fuori da qui’, ‘mi siete arrivati’ e altre banalità che chi si nutre di talent show conosce bene. L’unica a graffiare è Loredana Bertè, che – pur in una versione edulcorata di sé – è riuscita a piazzare alcune stoccate, anche ai concorrenti più giovani, centellinando le ‘standing ovation’ e riuscendo a manifestare la sua personalità spigolosa anche di fronte ai piccoli talenti, senza troppe cerimonie. Romina Power è la più buona e la più materna del terzetto dentro la music box, in piedi praticamente per quasi tutte le performance, quasi a compensare l’avarizia di complimenti della rockstar vicina di bancone. Non pervenuto Nek, che ha passato più tempo a ribadire quanto i giudici dovessero essere impassibili anche davanti i bambini che ad esercitare in concreto il suo potere e il suo giudizio su di essi.

La scelta anacronistica di quasi tutti i brani in gara, grafiche e jingle da tardi anni ’90 e arrangiamenti da band del catechismo hanno condito l’ennesima promessa non mantenuta di Rai 1, portata avanti strenuamente dal soldato in trincea Clerici, che condurrebbe con l’entusiasmo di una principiante e la professionalità della più navigata delle presentatrici anche le previsioni del tempo. L’ennesimo boccone amaro per una pasionaria del piccolo schermo che fatica a trovare il suo posto nelle parti alte del palinsesto e che soffre la ritualità di un format ripetitivo nella struttura che non lascia spazio all’improvvisazione e all’intrattenimento più puro che l’esuberante presentatrice è solita maneggiare.

Standing Ovation contiene in sé diverse anime catodiche, senza riuscire a svilupparne una che gli conferisca identità e riconoscibilità nel mare magnum della televisione: c’è il mondo dei baby prodigi di Ti Lascio Una Canzone che però vorrebbe elevarsi a programma adulto, inserendo elementi di Got Talent senza però i talenti che animino il palco, e dove non arriva il talento ci sono le storie, cavalcate senza mordente e con una profondità di facciata che non permette l’empatizzazione.

Spazio di manovra per le prossime settimane c’è: la prima puntata ha tracciato diversi percorsi, ora bisogna sceglierne uno da battere.

#sanremo2017, le pagelle alle canzoni (ma non a tutte)

Dopo averle date di santa ragione allo show, è ora di fare le pulci ai brani in gara. Ma non a tutti, a quelli che meritano – secondo chi scrive – una riflessione. Perché va bene parlare del nulla, ma a tutto c’è un limite.

Giusy Ferreri, 6 (di incoraggiamento): il pezzo prometteva di essere la nuova Roma Bangkok, ma oltre qualche passaggio orecchiabile la canzone non ha la forza di imporsi come capolavoro. Se a questo aggiungiamo delle esibizioni dal vivo al limite della decenza, il risultato è tristemente scritto. Il brano almeno avrà fortuna radiofonica. Occasione sprecata.

Elodie, 8: Tutta Colpa Mia è un brano in pieno stile sanremese, impreziosito dalla firma ‘arrabbiata’ di Emma Marrone, che addosso alla grintosa interprete restituisce uno dei momenti più bello di questo Sanremo. Con questa interpretazione un po’ à la Mia Martini conferisce credibilità al pezzo che, pur non cambiando le sorti del cantautorato italiano riesce a incastonarsi nell’immaginario di questo Festival.

Michele Bravi, 7: sullo storytelling social attorno al cantante si potrebbe disquisire per ore, ma non è questa la sede. Il brano ha un testo valido e un arrangiamento non particolarmente innovativo, quindi senza infamia e senza lode segna un debutto più che discreto per l’artista, che ricordiamo essere piuttosto giovane. Promosso.

Paola Turci, 9: questo brano ha tutto, testo intenso, melodia catchy, il travolgente talento di chi la interpreta e una storia (quella personale della Turci) nella quale è impossibile non immergersi e non empatizzare. Successo su tutta la linea per Paola che porta a casa anche un risultato in classifica oltre ogni aspettativa. Menzione d’onore per il look: è la donna vestita meglio del Festival.

Gigi D’Alessio, 8: è con rammarico che sottolineo che la svolta ‘adulta’ di D’Alessio non è stata totalmente capita. Mentre per i giovanissimi dei talent servono sette persone per confezionare un testo al limite della decenza, Gigi da solo ha dato vita ad un testo adulto e maturo che tratta tantissimi temi senza mai nominarli, in un arrangiamento orchestrale che ricorda l’ultimo Renato Zero. Poi Gigi è Gigi, o lo ami o lo odi. Se ti piace la cadenza partenopea leggermente accorata è perfetto, altrimenti no. Un’occasione sprecata, per un brano che meritava molto di più in termini di apprezzamento di pubblico e critica.

Sergio Sylvestre, 6: una gran potenza vocale e la firma prestigiosa di una certa signora Todrani non bastano all’imponente artista di Amici per superare la sufficienza. Sergio non ha ancora l’autorevolezza artistica e la presenza scenica per affrontare un pezzo così e per imporsi, restituendo una ballad semplice e sanremese nell’accezione negativa del termine: banale e prevedibile.

Marco Masini, 7: Il testo ha alcune passaggi nebbiosi, ma Masini è un gigante del palco, e le sue interpretazioni energiche e ‘violente’ hanno fatto scuola tra i giovanissimi. È da apprezzare che, a differenza dei colleghi di scuderia Zarrillo e Ron, ha deciso di non andare sul sicuro con un pezzo classico, ma si è messo in gioco con un testo ‘giovane’ scritto da giovani.

Fiorella Mannoia, 8: siamo chiari, il testo sfiora la catechesi per quanto è ‘buonista’, ma la Rossa della musica italiana va premiata per la scelta di essersi messa in gara pur avendo una carriera che probabilmente tutti e 21 i colleghi le invidiano. La presenza scenica è da grande maestra, la perfezione vocale a volte vacilla, ma anche i graffiati aggiungo all’interpretazione pathos e teatralità. Promossa a pieni voti.

Francesco Gabbani, 7 1/2. Gabbani è un grandissimo paraculo. Ritornello orecchiabile, testo contemporaneo, balletto contagioso. Ecco la ricetta del grande successo. L’idea che sia passato davanti alla Mannoia fa rabbrividire, ma il pubblico è sovrano, e Occidentali’s Karma è già tormentone. Pressoché uguale ad Amen, suo successo sanremese dello scorso anno, il brano scardina la tradizione sanremese della canzone d’amore e strappa un biglietto per l’Eurovision Song Contest.

Bianca Atzei 6: il brano della Atzei quest’anno era veramente piacevole. Bianca però subisce lo scotto della scellerata imposizione che la casa discografica e alcune radio fanno del suo personaggio, e questo provoca rifiuto. Ha una bella voce, ma il ‘personaggio’ Bianca Atzei non piace. C’è poco da fare.

Artisti su cui non ho tantissimo da dire: Meta, Moro, Comello, Samuel, Chiara
Artisti su cui è meglio che non parlo: Al Bano, Zarrillo, Ron, Bernabei, Clementino, i duetti.:

#sanremo2017, le pagelle dello show

Cala il sipario su Sanremo, è tempo di voti. Se i riflettori dell’Ariston per almeno dodici mesi si spengono, lasciando spazio a voci, gossip e indiscrezioni sui prossimi inquilini del teatro ligure, la domenica post-festivaliera è foriera di valutazioni a mente fredda.

Carlo Conti, 6
È un fuoriclasse del piccolo schermo si conferma – come se ce ne fosse bisogno – padrone del suo mezzo, ma senza brillare. Che è bravo è indubbio, ma la sua cifra stilistica, che trova espressione nell’essere ‘rassicurante’, ha virato pericolosamente verso l’assenza di personalità e piglio da padrone di casa. Nell’esigenza di far emergere l’impacciata co-inquilina spesso si è messo in secondo piano, privando lo show dell’effervescenza necessaria che serviva a mandare avanti la drammaturgia del palco. Rassicurato dai risultati e forse dal pensiero che questo fosse lo sprint finale, Conti ha estrinsecato la sua firma artistica nella scelta della collega, in alcuni colpi di scaletta e poco più. Il meritato riposo del guerriero è iniziato con una settimana d’anticipo, ma i risultati non ne hanno risentito, quindi poco male.

Maria De Filippi, 6
È uscita dalla comfort-zone del suo castello di ghiacchio fatto di troni da occupare, carte da far girare e buste da aprire e l’operazione si apprezza. Ma questo non è bastato alla più amata delle conduttrici per imporsi anche protagonista di una kermesse e del frullatore che rappresentano cinque serate consecutive di diretta. Guardando i gelidi numeri Maria porta a casa il risultato e può vantare quello che in sala stampa veniva chiamato ’effetto De Filippi’ sugli ascolti, ma dire che la sua performance sia stata memorabile è un’altra cosa. Si è resa protagonista di un gioco alla sottrazione che se nei format che padroneggia negli Studi Elios funziona, nel ‘baraccone’ di Sanremo lo depotenzia di tutto il.. fascino. A Sanremo anche venire meno alle piccole ritualità su cui si poggia (come rifiutarsi di scendere la scalinata) danneggia l’evento e ne spegne la luce sacra. Altra nota negativa: ad un certo punto sembrava che Maria si esprimesse per ‘tormentoni’, col fine ultimo di divenire una GIF. La sfilza di ‘ciaone’ inanellati nelle serate trasudavano la volontà di venir ripresa soprattutto su Twitter, dove c’è un (fastidioso) culto mariano per la bionda presentatrice.

Le canzoni, 5
I tre anni di Governo Conti hanno abituato ad un cast molto variegato, per età e per sapori, e anche quest’anno si passava dalla grandezza di alcuni nomi, all’ultimo vincitore di talent, passando per i ragazzi di Sanremo Giovani e qualche vecchia gloria appannata. Il risultato però non è stato il gradevole mosaico di stili che arredava le intenzioni di chi lo ha pensato, quanto una polpettone indigesto: c’era tanto marketing e poco cuore, trasversalmente, tra grandi e piccoli. Duetti improbabili, giovani vecchi, star appannate (e paracule) che hanno provato la strada del testo e giovanilista-a-tutti-i-costi: il grande sconfitto di Sanremo 2017 sono proprio le canzoni che, con alcune rarissime eccezioni, non sono state in grado di imporsi e di lasciare il segno. Pensare che per la tanto sbandierata qualità dei pezzi in concorso si è dovuto alzare il limite a 22 viene quantomeno da sorridere sotto i baffi.

Gli ospiti, 6 1/2
Sono finiti i tempi di Sharon Stone e Madonna. Ormai a Sanremo passano i soliti noti, qualche marchetta Rai, intervallati da uno o due colpacci internazionali. Due riflessioni: una sul termine super ospite, uno sull’utilizzo della ‘bellezza’ all’interno della kermesse festivaliera.
Super ospite è una parola abusata e, utilizzata per gli artisti italiani, offensiva dei partecipanti in gara. Perché Tiziano Ferro, uno che a Sanremo non ci ha nemmeno mai partecipato e ultimamente ci è andato un anno sì e uno no è SUPER ospite? Cosa lo rende super? Le vendite e gli stadi pieni? Giorgia, immensa artista, è superiore a Fiorella Mannoia? Se i grandi artisti non partecipano più a Sanremo è perché da qualche anno il titolo di super ospite viene assegnato in cambio di un tour fortunato e due dischi d’oro. È più facile salire sul palco, fare un medley con tre pezzi, che sporcarsi le mani con una manifestazione che però, sul palco, tutti incensano per l’importanza e la rilevanza sociale.
Passiamo poi alle bellezze: pare che un Festival senza gnocca non si possa fare, e allora, una volta destituite le vallette, per essere il più generalisti possiibile, bisogna infilare spacchi e scollature nel mare magnum del Tutti Cantano Sanremo: cosa hanno portato Annabelle e Anouchka al Festiva? Quale messaggio ha veicolato Marika Pelligrini? Qual è la ragione profonda dell’intervento di Tina Kunakey? Resta un mistero, e usare la bellezza fine a sé stessa solo per il gusto di vedere una scalinata sinuosa o un vestito di alta moda è quantomeno offensivo.

Tornando agli ospiti, menzione d’onore per Mika, Williams e Martin. Il primo ormai è un prezzemolino – tv, ma questo non gli impedisce di catalizzare l’attenzione grazie al suo talento e alla sua straordinaria forza comunicativa. Il secondo, nonostante abbia cantato solo un pezzo sul palco, si è reso protagonista dell’unico momento di show di tutte e cinque le serate: il bacio a Maria. Il terzo invece si è letteralmente sbattuto sul palco, con la bellezza di 7 pezzi interpretati, e quel gusto eterno da tormentone estivo che agli italiani piace tanto. Certo, povero Ricky, gli facciamo cantare ancora La Copa De La Vida?

Ultimo interrogativo: invitare artisti e band amati dai giovanissimi e in testa all’airplay radiofonico è ammirabile e lodevole, ma farli esibire a 00.40 e liquidarli senza più che le due domande di rito è inevitabile?

Maurizio Crozza e i comici, 7
La tigre di Discovery punzecchia ma non riesce a graffire mai, e il canovaccio dell’accostamento continuo (e spesso forzato) tra Sanremo e le dinamiche di Governo stanca dopo il secondo tentativo. Non mancano dei picchi di brillantezza, come sempre quando si parla del comico ligure, ma i risultati migliori sono quelli in cui Crozza demolisce gli accadimenti stessi del Festival, commentandoli col suo piglio pungente.

Quanto agli interventi comici, Sanremo è la Caporetto di ogni commediante: lo sa Pintus, lo sa Siani, lo ha sperimentato Crozza. Se quest’anno la situazione non è stata proprio drammatica è merito è del gentil sesso: Virginia Raffaele e Geppi Cucciari hanno ripreso in mano la risata nel Teatro Ariston: un po’ troppo spietata la prima con la sua Sandra Milo (ma come sempre perfettamente aderente al personaggio in voce, movenze e look), decisamente irresistibile la seconda, che si è contraddistinta per la sagacia con quale ha ‘demolito’ la presenza di Maria al Festival con uno squisito momento di meta-televisione, ‘C’è Sanremo Per Te’

Passando al trio Cirinna, Brignano, Insinna, loro vanno presi per come sono: nazionalpopolari. Bisogna prendere atto del fatto che c’è un paese reale che non viaggia alla velocità della Cucciari e non ride di un umorismo pop. Il trio fa quello che gli riesce, tra battute sull’abbronzatura di Conti, canzoncine e comicità da bar. Disastro invece per Montesano, con un monologo anacronistico e slegato dalla realtà: una disquisizione sulle processioni religiose. Un intervento che anche nel 1987 sarebbe apparso démodé.

Menzione speciale per il genio di Rocco Tanica: dispiace che l’ironia deliziosamente no-sense dell’ex Storie Tese sia relegata a tardi, ma forse meglio così. È una piccola isola felice, una boccata di genialità per gli amanti del genere. E per chi è in grado di capirla.

Regia, fotografia, scenografia, 7
Mentre nei talent show anche gli ultimi artisti arrivati vengono avvolti in scenografie (e coreografie) da Superbowl, a Sanremo gli artisti cantano immobili sulla loro stellina e paralizzati davanti la loro asta, ripresi con campo, controcampo, una steadycam che gira intorno e qualche campo lungo. Lodato il meraviglioso gioco di lamelle a cura di Bocchini, possibile che non si riescano ad inserire elementi scenografici che valorizzino ogni brano e lo rendano personale e con un minimo di respiro internazionale? Mentre aspettiamo, menzione d’onore per la scelta di catturare gli attimi precedenti e immediatamente successivi all’esibizione: una bella operazione che avvicina gli artisti ai fan, permettendogli di scoprire cosa accade nei momenti concitati attorno ad una performance.

Premio speciale a Francesco Totti, 10
Divertente, genuino, televisivo. Francesco Totti centellina le sue apparizioni, ma ogni volta è evento. Volontaria o meno, il capitano della Roma ha una carica comica che lo rende irresistibile e che, aggiunta ad uno charme di rara levatura, buca lo schermo e arriva diretto anche al più laziale dei telespettatori. Difficile pensare che – vista la carriera calcistica quasi al termine – nessuno gli abbia proposto un posto nel piccolo schermo, magari insieme alla moglie. Totti sta allo scherzo, è naturale e soprattutto totalmente privo delle sovrastrutture della televisione: lui pensa che sia opportuno accostarsi a Padre Pio parlando di calzini bucati? Lo dice. Pensa che Cheope Mogol si chiami Sciopè? La chiama sciopé. E se viene corretto ride divertito. Non dovesse trovare un posto da protagonista, sarebbe anche un’ottima spalla.

La Commedia? Mai così.. Divina! Buona la prima per il Dante rainbow di Fullin

Cosa succede se, una domenica mattina qualunque del 2009, Papa Ratzinger abolisce il purgatorio? Che la Divina Commedia va riscritta da capo! A farsi carico dell’impegno è stato Alessandro Fullin, che dopo il successo di Piccole Gonne ha riunito la compagna torinese Nuove Forme e ha pensato ad una rievocazione del noto manoscritto, aggiungendosi un pizzico dell’inconfondibile.. Fullin!

Ieri sera la prima alla Sala Umberto di Roma ha divertito la platea con un sapiente mix di riferimenti culturali e una pioggia irresistibile di citazioni della cultura pop ed LGBT. Non capita spesso di mescolare gli Abba con Paolo e Francesca, Barbra Streisand e bolge infernali, Liz Taylor a Brunetto Latini, e soprattutto non è ovvio che il risultato siano ottanta minuti di comicità intelligente e pungente. L’alto e il basso si incontrano per un approccio inedito e insolito, che si propone come ‘format’ assolutamente ripetibile per riscoprire i grandi classici e dargli una nuova confezione arcobaleno.

Cosa deve aspettarsi chi andrà a vedere lo show? Dante che fa coming out con Beatrice, un caronte sexy e munito di pattini, un Virgilio che si destreggia tra i vecchi peccati e i nuovi peccatori. Irresistibile il momento di meta-teatro: ‘La riconosci quella donna lì nel girone degli avari? È Monica, la nostra costumista!”. Una raffica di battute mai banali, enfatizzate da una colonna musicale che alterna musica epica a musica dance, e racchiusa in una scenografia e una regia asciutta ed essenziale.

Alessandro Fullin, mattatore dello show, si riconferma una preziosa risorsa per il teatro italiano: brillante, surreale, delicato. Non si esagera nel definirlo l’erede del compianto Paolo Poli.

Campo Dall’Orto, bilancio di fine anno: “Berlinguer in prime time, Gabanelli a Rai News, avrei voluto Bonolis”

Ad un anno e mezzo dal suo insediamento – e al termine dell’anno in corso – il Direttore Generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto sceglie le pagine di Repubblica per tirare le somme e disegnare un bilancio del suo mandato. Politica, volti chiave, nuovi media: una chiacchierata a tutto tondo che offre anche l’idea della direzione che prenderà il Servizio Pubblico nei prossimi dodici mesi, e anche qualche scoop su conferme e palinsesti.

La prima notizia – che ‘aleggiava’ su Viale Mazzini da qualche giorno – è l’arrivo di Bianca Berlinguer al Martedì sera della terza rete: dopo la chiusura di Politics, talk politico a cura dell’ex giornalista di Sky Gianluca Semprini, il posto vacante nel palinsesto del prime time della rete diretta da Daria Bignardi andrà alla giornalista romana. Direttrice del telegiornale di Rai 3 per sette anni – e attualmente impegnata con il talk show del tardo pomeriggio Cartabianca – la Berlinguer aveva salutato il pubblico del telegiornale lo scorso agosto. Il DG commenta così il ‘flop’ dell’esperimento Politics:

“[…] non è andato. Ha fatto brutti ascolti. Nonostante il grande impegno di tutti non funzionava. Anche Nemo non fa grandi ascolti eppure è un esperimento di innovazione dei linguaggi per raccontare la società molto significativo. Porta l’informazione fuori dagli studi televisivi, come hanno fatto Santoro, Cose nostre, Islam, Italia e Casa Bianca. Ma non abdichiamo neppure nella serata di Rai3 che sarà guidata, nelle prossime settimane, dalla Berlinguer. Allungheremo i tempi della trasmissione ma senza fare un programma che sia troppe cose insieme”.

Sempre riguardo l’informazione, l’ex direttore di MTV, il Direttore si sbilancia anche sulla qualità e la direzione della linea editoriale, e sui risultati dei telegiornali, spesso accusati di essere troppo “vicini” al Premier uscente Matteo Renzi:

“Io devo garantire il pluralismo. Il Tg1 delle 20 è la trasmissione più vista dell’intero palinsesto. Non potrebbe avere milioni di telespettatori, più del passato, se non fosse ben fatto ed equilibrato. Detto questo, in un anno e mezzo abbiamo gestito due referendum, trivelle e riforma costituzionale, e le amministrative senza una sola multa dell’Agcom. […] Sulla direzione l’azienda ha bisogno di un luogo di coordinamento. Penso alle emergenze, e quest’anno purtroppo ce ne sono state molte, dal terremoto agli attentati, con 189 ore di telegiornale in più rispetto al 2015. Ma se sull’esistente siamo forti, la direzione editoriale andrà misurata sulla capacità d’innovare. Siamo in corso d’opera “.

Parole entusiaste anche per temi più leggeri, come l’intrattenimento e la fiction: “È una televisione più scritta, d’autore. Gli autori sono al centro della scena. Spendi di più, lavori duro, ma il segno rimane. I Medici sono un esempio d’internazionalizzazione così come lo sarà Suburra che facciamo in coproduzione con Netflix. Abbiamo puntato sulla fiction di valore civile. […] Da quanti anni non si facevano tanti nuovi programmi? Ne avevamo promessi 42, sono più di 50. Alcuni non sono riusciti, altri sì.”

Nella lunga conversazione tradisce anche alcuni ‘rimpianti’ artistici, svelando i colpi di telemercato che aveva intenzione di mettere a segnoCam per il prossimo anno: “Ho provato a prendere Fiorello e Bonolis. Ho fallito. Ho puntato su Pif e Virginia Raffaele e adesso vorrei che diventassero volti stabili della Rai. Li vogliamo per la fiction, per i film, per l’intrattenimento. Sono due bellissimi esempi della tv che stiamo costruendo”.

La chiacchierata si conclude con quello che è la cifra stilistica della direzione Dall’Orto, ovvero l’attenzione alla comunicazione multimediale e ai nuovi scenari del web. Al centro della strategia di digitalizzazione della Rai c’è il portale web RaiPlay: ”Raiplay non è solo un’app di successo perché la usano già 4 milioni di italiani. È un prodotto importante anche dal punto di vista patrimoniale. Definisce meglio quella che è una media company. Sull’informazione, quella televisiva è fortissima. On line, è vero, siamo indietro. Sarà Milena Gabanelli a sviluppare questo progetto. Del resto, il sito di Report aveva quasi più “amici” e followers di tutti gli altri programmi Rai messi insieme“.