La Casa De Las Flores, Netflix “svecchia” la telenovelas rendendola pop (e queer)

“La serie è incentrata sulla storia di una famiglia di fioristi, apparentemente di successo e dallo stile di vita idilliaco, ma in realtà piena di scomodi segreti.

Il breve messaggio che ne ha accompagnato l’uscita poteva farla sembrare una serie come tante, l’ennesimo dramma corale su una famiglia disfunzionale, rivisitato in così tante salse dalla serialità contemporanea da creare un sottogenere a sé. Ma La Casa De Las Flores, la nuova serie originale Netflix, è qualcosa di più.

Diffusa sul servizio di streaming video in sordina – e forse senza nemmeno troppe aspettative, in un venerdì di metà agosto – la serie che racconta le disavventure della famiglia De La Mora, ha saputo deliziare gli utenti grazie ad alcune piccole intuizioni che la rendono qualcosa di più che un guilty pleasure estivo.

La serie – originale Netflix, scritta e diretta da Manolo Caro – si apre con un suicidio che squarcia l’apparente perfezione di una famiglia dell’alta borghesia messicana, che tra feste sfarzose e copertine di magazine patinati fa di tutto per salvare le apparenze e per sembrare molto più integra di quello che in realtà è. Si troveranno costretti a proteggersi e a scoprire la miseria umana in ogni forma possibile, sullo sfondo della gestione della fioreria di famiglia – La Casa De Las Flores, appunto – crocevia di tutte le diverse storyline.

La narrazione è quella tipica della telenovelas: c’è una donna forte e carismatica al centro, tradimenti e triangoli amorosi, servitù e vicinato impiccioni, arresti scenografici nel cuore della notte, malori con la mano portata alla fronte, figli illegittimi, matrimoni misti, rocambolesco spaccio di droga, omosessualità e transessualità. C’è tanto, forse troppo: l’asticella viene portata sempre più sù, fino a sfidare la verosimiglianza. Ma dimenticate i drammi delle soap del pomeriggio di Canale 5: ne La Casa De Las Flores non ci sono fermi immagine su primi piani contriti prima dei titoli di coda.

Quello che rende questo genere “accessibile” – ed è qui la novità – è la modalità “pop” con cui viene trattato. Immaginate “Beautiful” al tempo di Whatsapp, Beyoncé e appunto, Netflix: la struttura classica della telenovelas – genere considerato antico, roba per le nostre nonne – è totalmente immersa nella contemporaneità, grazie ad un rincorrersi di citazioni pop dialoghi serrati. Il dramma diventa commedia noir.
Una citazione stessa è la scelta della meravigliosa Verónica Castro come capo-famiglia: resa famosa dalle soap opera più iconiche del suo tempo, Mariana de “Anche I Ricchi Piangono” offre un’interpretazione magistrale che è un omaggio vivente al mondo televisivo che ha rappresentato per anni.

Inoltre La Casa De Las Flores inoltre è assolutamente, deliziosamente e incontrovertibilmente queer. C’è il camp delle drag queen che si esibiscono sulle note di Maldita Primavera ad un funerale, c’è l’omosessualità repressa, emersa, rifiutata e poi abbracciata dell’unico figlio maschio, c’è addirittura un ex marito transessuale che torna per rivendicare il proprio ruolo di padre/madre. La componente LGBT non è solamente una medaglia di progressismo-a-tutti-i-costi – come spesso accade in tutte le serie tv recenti – ma è alla base delle vicende, e assume valore doppio se immerso in una famiglia fieramente conservatrice, come quella De La Mora. Tutti si troveranno a fare i conti con le istanze arcobaleno dei protagonisti, costretti a rivedere le proprie posizioni e abbracciare la bellezza di ogni diversità.

Se non vi ho ancora convinto ad investire 32 minuti del vostro tempo per vedere il pilot , vi dirò la frase con cui ho fatto capitolare tutti i miei conoscenti: se Pedro Almodovar, Ryan Murphy e Teodosio Losito (l’ideatore dell’italico Il Bello Delle Donne!) lavorassero insieme, il risultato sarebbe La Casa De Las Flores.

___

La Casa De Las Flores
Netflix
Messico, 2018
Data di uscita: 10/08/2018

Annunci

#sanremo2017, le pagelle alle canzoni (ma non a tutte)

Dopo averle date di santa ragione allo show, è ora di fare le pulci ai brani in gara. Ma non a tutti, a quelli che meritano – secondo chi scrive – una riflessione. Perché va bene parlare del nulla, ma a tutto c’è un limite.

Giusy Ferreri, 6 (di incoraggiamento): il pezzo prometteva di essere la nuova Roma Bangkok, ma oltre qualche passaggio orecchiabile la canzone non ha la forza di imporsi come capolavoro. Se a questo aggiungiamo delle esibizioni dal vivo al limite della decenza, il risultato è tristemente scritto. Il brano almeno avrà fortuna radiofonica. Occasione sprecata.

Elodie, 8: Tutta Colpa Mia è un brano in pieno stile sanremese, impreziosito dalla firma ‘arrabbiata’ di Emma Marrone, che addosso alla grintosa interprete restituisce uno dei momenti più bello di questo Sanremo. Con questa interpretazione un po’ à la Mia Martini conferisce credibilità al pezzo che, pur non cambiando le sorti del cantautorato italiano riesce a incastonarsi nell’immaginario di questo Festival.

Michele Bravi, 7: sullo storytelling social attorno al cantante si potrebbe disquisire per ore, ma non è questa la sede. Il brano ha un testo valido e un arrangiamento non particolarmente innovativo, quindi senza infamia e senza lode segna un debutto più che discreto per l’artista, che ricordiamo essere piuttosto giovane. Promosso.

Paola Turci, 9: questo brano ha tutto, testo intenso, melodia catchy, il travolgente talento di chi la interpreta e una storia (quella personale della Turci) nella quale è impossibile non immergersi e non empatizzare. Successo su tutta la linea per Paola che porta a casa anche un risultato in classifica oltre ogni aspettativa. Menzione d’onore per il look: è la donna vestita meglio del Festival.

Gigi D’Alessio, 8: è con rammarico che sottolineo che la svolta ‘adulta’ di D’Alessio non è stata totalmente capita. Mentre per i giovanissimi dei talent servono sette persone per confezionare un testo al limite della decenza, Gigi da solo ha dato vita ad un testo adulto e maturo che tratta tantissimi temi senza mai nominarli, in un arrangiamento orchestrale che ricorda l’ultimo Renato Zero. Poi Gigi è Gigi, o lo ami o lo odi. Se ti piace la cadenza partenopea leggermente accorata è perfetto, altrimenti no. Un’occasione sprecata, per un brano che meritava molto di più in termini di apprezzamento di pubblico e critica.

Sergio Sylvestre, 6: una gran potenza vocale e la firma prestigiosa di una certa signora Todrani non bastano all’imponente artista di Amici per superare la sufficienza. Sergio non ha ancora l’autorevolezza artistica e la presenza scenica per affrontare un pezzo così e per imporsi, restituendo una ballad semplice e sanremese nell’accezione negativa del termine: banale e prevedibile.

Marco Masini, 7: Il testo ha alcune passaggi nebbiosi, ma Masini è un gigante del palco, e le sue interpretazioni energiche e ‘violente’ hanno fatto scuola tra i giovanissimi. È da apprezzare che, a differenza dei colleghi di scuderia Zarrillo e Ron, ha deciso di non andare sul sicuro con un pezzo classico, ma si è messo in gioco con un testo ‘giovane’ scritto da giovani.

Fiorella Mannoia, 8: siamo chiari, il testo sfiora la catechesi per quanto è ‘buonista’, ma la Rossa della musica italiana va premiata per la scelta di essersi messa in gara pur avendo una carriera che probabilmente tutti e 21 i colleghi le invidiano. La presenza scenica è da grande maestra, la perfezione vocale a volte vacilla, ma anche i graffiati aggiungo all’interpretazione pathos e teatralità. Promossa a pieni voti.

Francesco Gabbani, 7 1/2. Gabbani è un grandissimo paraculo. Ritornello orecchiabile, testo contemporaneo, balletto contagioso. Ecco la ricetta del grande successo. L’idea che sia passato davanti alla Mannoia fa rabbrividire, ma il pubblico è sovrano, e Occidentali’s Karma è già tormentone. Pressoché uguale ad Amen, suo successo sanremese dello scorso anno, il brano scardina la tradizione sanremese della canzone d’amore e strappa un biglietto per l’Eurovision Song Contest.

Bianca Atzei 6: il brano della Atzei quest’anno era veramente piacevole. Bianca però subisce lo scotto della scellerata imposizione che la casa discografica e alcune radio fanno del suo personaggio, e questo provoca rifiuto. Ha una bella voce, ma il ‘personaggio’ Bianca Atzei non piace. C’è poco da fare.

Artisti su cui non ho tantissimo da dire: Meta, Moro, Comello, Samuel, Chiara
Artisti su cui è meglio che non parlo: Al Bano, Zarrillo, Ron, Bernabei, Clementino, i duetti.:

#sanremo2017, le pagelle dello show

Cala il sipario su Sanremo, è tempo di voti. Se i riflettori dell’Ariston per almeno dodici mesi si spengono, lasciando spazio a voci, gossip e indiscrezioni sui prossimi inquilini del teatro ligure, la domenica post-festivaliera è foriera di valutazioni a mente fredda.

Carlo Conti, 6
È un fuoriclasse del piccolo schermo si conferma – come se ce ne fosse bisogno – padrone del suo mezzo, ma senza brillare. Che è bravo è indubbio, ma la sua cifra stilistica, che trova espressione nell’essere ‘rassicurante’, ha virato pericolosamente verso l’assenza di personalità e piglio da padrone di casa. Nell’esigenza di far emergere l’impacciata co-inquilina spesso si è messo in secondo piano, privando lo show dell’effervescenza necessaria che serviva a mandare avanti la drammaturgia del palco. Rassicurato dai risultati e forse dal pensiero che questo fosse lo sprint finale, Conti ha estrinsecato la sua firma artistica nella scelta della collega, in alcuni colpi di scaletta e poco più. Il meritato riposo del guerriero è iniziato con una settimana d’anticipo, ma i risultati non ne hanno risentito, quindi poco male.

Maria De Filippi, 6
È uscita dalla comfort-zone del suo castello di ghiacchio fatto di troni da occupare, carte da far girare e buste da aprire e l’operazione si apprezza. Ma questo non è bastato alla più amata delle conduttrici per imporsi anche protagonista di una kermesse e del frullatore che rappresentano cinque serate consecutive di diretta. Guardando i gelidi numeri Maria porta a casa il risultato e può vantare quello che in sala stampa veniva chiamato ’effetto De Filippi’ sugli ascolti, ma dire che la sua performance sia stata memorabile è un’altra cosa. Si è resa protagonista di un gioco alla sottrazione che se nei format che padroneggia negli Studi Elios funziona, nel ‘baraccone’ di Sanremo lo depotenzia di tutto il.. fascino. A Sanremo anche venire meno alle piccole ritualità su cui si poggia (come rifiutarsi di scendere la scalinata) danneggia l’evento e ne spegne la luce sacra. Altra nota negativa: ad un certo punto sembrava che Maria si esprimesse per ‘tormentoni’, col fine ultimo di divenire una GIF. La sfilza di ‘ciaone’ inanellati nelle serate trasudavano la volontà di venir ripresa soprattutto su Twitter, dove c’è un (fastidioso) culto mariano per la bionda presentatrice.

Le canzoni, 5
I tre anni di Governo Conti hanno abituato ad un cast molto variegato, per età e per sapori, e anche quest’anno si passava dalla grandezza di alcuni nomi, all’ultimo vincitore di talent, passando per i ragazzi di Sanremo Giovani e qualche vecchia gloria appannata. Il risultato però non è stato il gradevole mosaico di stili che arredava le intenzioni di chi lo ha pensato, quanto una polpettone indigesto: c’era tanto marketing e poco cuore, trasversalmente, tra grandi e piccoli. Duetti improbabili, giovani vecchi, star appannate (e paracule) che hanno provato la strada del testo e giovanilista-a-tutti-i-costi: il grande sconfitto di Sanremo 2017 sono proprio le canzoni che, con alcune rarissime eccezioni, non sono state in grado di imporsi e di lasciare il segno. Pensare che per la tanto sbandierata qualità dei pezzi in concorso si è dovuto alzare il limite a 22 viene quantomeno da sorridere sotto i baffi.

Gli ospiti, 6 1/2
Sono finiti i tempi di Sharon Stone e Madonna. Ormai a Sanremo passano i soliti noti, qualche marchetta Rai, intervallati da uno o due colpacci internazionali. Due riflessioni: una sul termine super ospite, uno sull’utilizzo della ‘bellezza’ all’interno della kermesse festivaliera.
Super ospite è una parola abusata e, utilizzata per gli artisti italiani, offensiva dei partecipanti in gara. Perché Tiziano Ferro, uno che a Sanremo non ci ha nemmeno mai partecipato e ultimamente ci è andato un anno sì e uno no è SUPER ospite? Cosa lo rende super? Le vendite e gli stadi pieni? Giorgia, immensa artista, è superiore a Fiorella Mannoia? Se i grandi artisti non partecipano più a Sanremo è perché da qualche anno il titolo di super ospite viene assegnato in cambio di un tour fortunato e due dischi d’oro. È più facile salire sul palco, fare un medley con tre pezzi, che sporcarsi le mani con una manifestazione che però, sul palco, tutti incensano per l’importanza e la rilevanza sociale.
Passiamo poi alle bellezze: pare che un Festival senza gnocca non si possa fare, e allora, una volta destituite le vallette, per essere il più generalisti possiibile, bisogna infilare spacchi e scollature nel mare magnum del Tutti Cantano Sanremo: cosa hanno portato Annabelle e Anouchka al Festiva? Quale messaggio ha veicolato Marika Pelligrini? Qual è la ragione profonda dell’intervento di Tina Kunakey? Resta un mistero, e usare la bellezza fine a sé stessa solo per il gusto di vedere una scalinata sinuosa o un vestito di alta moda è quantomeno offensivo.

Tornando agli ospiti, menzione d’onore per Mika, Williams e Martin. Il primo ormai è un prezzemolino – tv, ma questo non gli impedisce di catalizzare l’attenzione grazie al suo talento e alla sua straordinaria forza comunicativa. Il secondo, nonostante abbia cantato solo un pezzo sul palco, si è reso protagonista dell’unico momento di show di tutte e cinque le serate: il bacio a Maria. Il terzo invece si è letteralmente sbattuto sul palco, con la bellezza di 7 pezzi interpretati, e quel gusto eterno da tormentone estivo che agli italiani piace tanto. Certo, povero Ricky, gli facciamo cantare ancora La Copa De La Vida?

Ultimo interrogativo: invitare artisti e band amati dai giovanissimi e in testa all’airplay radiofonico è ammirabile e lodevole, ma farli esibire a 00.40 e liquidarli senza più che le due domande di rito è inevitabile?

Maurizio Crozza e i comici, 7
La tigre di Discovery punzecchia ma non riesce a graffire mai, e il canovaccio dell’accostamento continuo (e spesso forzato) tra Sanremo e le dinamiche di Governo stanca dopo il secondo tentativo. Non mancano dei picchi di brillantezza, come sempre quando si parla del comico ligure, ma i risultati migliori sono quelli in cui Crozza demolisce gli accadimenti stessi del Festival, commentandoli col suo piglio pungente.

Quanto agli interventi comici, Sanremo è la Caporetto di ogni commediante: lo sa Pintus, lo sa Siani, lo ha sperimentato Crozza. Se quest’anno la situazione non è stata proprio drammatica è merito è del gentil sesso: Virginia Raffaele e Geppi Cucciari hanno ripreso in mano la risata nel Teatro Ariston: un po’ troppo spietata la prima con la sua Sandra Milo (ma come sempre perfettamente aderente al personaggio in voce, movenze e look), decisamente irresistibile la seconda, che si è contraddistinta per la sagacia con quale ha ‘demolito’ la presenza di Maria al Festival con uno squisito momento di meta-televisione, ‘C’è Sanremo Per Te’

Passando al trio Cirinna, Brignano, Insinna, loro vanno presi per come sono: nazionalpopolari. Bisogna prendere atto del fatto che c’è un paese reale che non viaggia alla velocità della Cucciari e non ride di un umorismo pop. Il trio fa quello che gli riesce, tra battute sull’abbronzatura di Conti, canzoncine e comicità da bar. Disastro invece per Montesano, con un monologo anacronistico e slegato dalla realtà: una disquisizione sulle processioni religiose. Un intervento che anche nel 1987 sarebbe apparso démodé.

Menzione speciale per il genio di Rocco Tanica: dispiace che l’ironia deliziosamente no-sense dell’ex Storie Tese sia relegata a tardi, ma forse meglio così. È una piccola isola felice, una boccata di genialità per gli amanti del genere. E per chi è in grado di capirla.

Regia, fotografia, scenografia, 7
Mentre nei talent show anche gli ultimi artisti arrivati vengono avvolti in scenografie (e coreografie) da Superbowl, a Sanremo gli artisti cantano immobili sulla loro stellina e paralizzati davanti la loro asta, ripresi con campo, controcampo, una steadycam che gira intorno e qualche campo lungo. Lodato il meraviglioso gioco di lamelle a cura di Bocchini, possibile che non si riescano ad inserire elementi scenografici che valorizzino ogni brano e lo rendano personale e con un minimo di respiro internazionale? Mentre aspettiamo, menzione d’onore per la scelta di catturare gli attimi precedenti e immediatamente successivi all’esibizione: una bella operazione che avvicina gli artisti ai fan, permettendogli di scoprire cosa accade nei momenti concitati attorno ad una performance.

Premio speciale a Francesco Totti, 10
Divertente, genuino, televisivo. Francesco Totti centellina le sue apparizioni, ma ogni volta è evento. Volontaria o meno, il capitano della Roma ha una carica comica che lo rende irresistibile e che, aggiunta ad uno charme di rara levatura, buca lo schermo e arriva diretto anche al più laziale dei telespettatori. Difficile pensare che – vista la carriera calcistica quasi al termine – nessuno gli abbia proposto un posto nel piccolo schermo, magari insieme alla moglie. Totti sta allo scherzo, è naturale e soprattutto totalmente privo delle sovrastrutture della televisione: lui pensa che sia opportuno accostarsi a Padre Pio parlando di calzini bucati? Lo dice. Pensa che Cheope Mogol si chiami Sciopè? La chiama sciopé. E se viene corretto ride divertito. Non dovesse trovare un posto da protagonista, sarebbe anche un’ottima spalla.

La pagella di Nemicamatissima. 10 alla sigla, 2 allo show.

Atteso, pubblicizzato, controverso. Ha visto la luce uno dei prodotti centrali della nuova stagione della prima rete del servizio pubblico: non senza polemiche e dichiarazioni al vetriolo (ma sopratutto qualche difetto oggettivo) è andata finalmente in onda la prima puntata di Nemicamatissima, il two-woman-show di Lorella Cuccarini e Heather Parisi.
Per raccontarvelo prenderemo in prestito una formula cara a quest’ultima – che con i suoi voti pre-show ha fatto tremare più volte il Teatro 5 – e stileremo una sorta di pagella di cosa secondo noi ha funzionato, ma (sopratutto) di cosa non ha funzionato ieri sera.

Iniziamo dalle lieti note: nello show dedicato a due artiste che devono alla sigla (10) – forma d’arte abbandonata nella tv di oggi – il loro successo era doveroso rendere omaggio con un brano all’altezza. Ovviamente Silvio Testi alla scrittura (produttore musicale di entrambe, marito della Cuccarini), che da abile esperto dei repertori delle Nemiche Amatissime ha messo su un collage dei testi, legato da un ritmo che strizza l’occhio alla musica contemporanea con incursioni house e dance ha dato vita ad un trionfo di citazionismo sfrenato. Il brano è entrato subito nella top 20 di iTunes e i social lo hanno accolto con grande calore (c’è addirittura chi lo vorrebbe candidare all’Eurovision Song Contest!), rendendolo già un piccolo cult.

Prima di spostarsi sugli aspetti prettamente televisivi è impossibile non menzionare musica e ballo (9): Veronica Peparini e la sua crew di ballerini (la maggior parte ex-Amici di Maria) ha messo su coreografie e scenografie dove la mano della bionda insegnate di ballo è visibilissima, conferendo contemporaneità e clima ‘pop’ ad uno show che avrebbe potuto rimanere imbrigliato nelle ritualità più classiche proprie di Rai 1. Da applaudire anche l’idea di aver completamente riarrangiato alcuni brani, modernizzandoli e mixandoli con successi di oggi (come La Notte Vola/This Is What You Came For, hit da discoteca di Calvin Harris). Questo compensa in parte l’utilizzo smodato del playback.

Maestoso lo studio (8), il suggestivo Teatro 5 di Cinecittà, che seppur mortificato da alcune scelte registiche discutibili – di cui parleremo piu avanti – restituisce l’atmosfera del varietà d’altri tempi, integrando le nuove tecnologie senza però che quest’ultime sovrastino la scena, asciutta ma funzionale.

Sbrigate le formalità e plaudite le maestranze, è ora di entrare nel merito, e parlare delle padrone di casa. Lorella (7), tra le due, è quella che spicca di più nello show, ma soprattutto porta sul palco la sua interpretazione di cosa è – e cosa dovrebbe essere – una showgirl: co-conduce senza voler strafare, canta (un po’ in un perdonabile playback, un po’ in un ammirabile live), balla (seppur aiutati dal corpo di ballo e dall’impatto visivo della scenografia), si presta come spalla agli sketch comici di Lillo e Greg. Certo, la cifra stilistica è quella di casa Cuccarini, leggermente distaccata e con un piglio da ‘maestrina’ che però è insito nel personaggio e che probabilmente è l’ingrediente l’ha resa per anni la più amata dagli italiani, lasciando trasparire professionalità e competenza.
Heather (6) rimane in secondo piano: in video meno tempo, i suoi interventi sono più misurati, e ad eccezione di un paio di contributi, le sue coreografie si concludono a semplice playback e passeggiata, ’mossette’ e crazy-faces, come nel suo stile. Apprezzabile il suo monologo sull’accettazione di sé e sull’età , ma dopo tutte le dichiarazioni della vigilia ci si aspettava onestamente qualcosa di più, sopratutto in tema di partecipazione: quando si tratta di interagire con ospiti, co-conduttori ma soprattutto coinquilina del Teatro 5, Heather non dimostra la minima empatia o coinvolgimento.
Infatti il rapporto tra le due (5) non decolla mai. In un’intervista rilasciata dopo poche ore a gay.it Heather ha ammesso che tra le due non è scattato nessun feeling, e non fatichiamo a crederlo. Oltre lo sketch iniziale e il medley di successi, sono pochi i momenti corali. Inoltre i dialoghi previsti non brillano per acume: la differenza di altezza, la storia del produttore musicale scippato, Heather che rinfaccia a Lorella di averle rubato il posto e la smentita delle voci di rivalità sono argomenti triti e ritriti tra le due artiste. Non c’è stata rivalità, non c’è stata intesa, è rimasto tutto in superficie. La dinamica di Lorella conciliatrice e Heather ancora sul piede di guerra non è mai esplosa del tutto, regalando parentesi piuttosto deboli.

Debole come sono state alcune scelte registiche (4): montaggio confuso e inquadrature incomprensibili – come macchinisti e assistenti di studio ripresi più volte durante le esibizioni- sono solo alcuni dei vezzi che hanno reso la confezione inadeguata al contenuto, già non ottimo.

A migliorare la situazione non sono stati certamente gli ospiti (3), grande punto debole dell’intero progetto: tutti personaggi in ‘marchetta’. Chi un libro, chi un disco, chi un film. Il Teatro 5 si è trasformato in una passerella per personaggi in promozione. Non che questo sia necessariamente un male, ma nessun ospite era in alcun modo legato al ‘mondo’ delle due, nessuno ha portato qualcosa al racconto, nessun ha permesso di approfondire la carriera delle Nemiche Amatissime. Si sarebbero potuti chiamare conduttori, coreografi, ballerini. Anche senza scomodare la – doverosa – partecipazione di Pippo Baudo che però non c’è stata, la scelta dei personaggi poteva (e doveva) essere diversa. L’unico ospite di cui si è intravista una ragion d’essere è stato l’outsider Greggio, che dopo aver trasposto sul palco niente più che un qualsiasi monologo di apertura di Striscia, ha tenuto banco con una presa in giro all’Universo Rai, ma soprattutto è stato ‘presentatore’ dell’unico numero introdotto con qualche cenno storico (La Notte Vola, sigla di Odiens, programma del conduttore Mediaset).
Gli stessi Lillo E Greg non avevano l’autorevolezza necessaria per legare gli snodi narrativi, e si sono limitati a riempire i tempi morti dovuti al cambio d’abito delle due star, riproponendo alcuni classici e portando a casa il compitino senza slanci particolarmente memorabili.

Il grande problema di Nemicamatissima consiste però nella struttura globale dello show (2), oltre che nelle pecche singole: non c’è racconto, non c’è celebrazione. È uno show che strizza l’occhio ai nostalgici del piccolo schermo e degli anni che furono, senza però tener conto dei giovanissimi, o di chi semplicemente voleva avvicinarsi alla produzione delle due e saperne di più: le canzoni scorrono senza spiegazione, senza contestualizzazione storica, senza un minimo di riferimenti ai programmi da cui sono state tratte. Nemmeno una segnalazione in grafica del titolo, per andare eventualmente a cercarla e riascoltarla a casa. Paradossalmente sarebbe stata più efficace una puntata di Techetechetè. L’idea di base avrebbe potuto funzionare, ma è mancata una scrittura adeguata ad attualizzare un genere insostenibile oggi: il varietà anni ’90. Ospiti di seconda mano, poca empatia tra le due e la totale assenza di idee innovative hanno fatto il resto e hanno dato la sensazione di una promessa non mantenuta, oltre che di una serie di interventi slegati ai quali manca una ragion d’essere e una scrittura che potesse fungere da collante. Levato il battage pubblicitario imponente e la vera o presunta rivalità tra le due, di Nemicamatissima rimane solamente la sensazione di un’occasione sprecata che avrebbe (e avrebbe dovuto) andare diversamente.

Bring The Noise, confusione e citazionismo sfrenato affossano lo show di Italia 1.

Un pizzico di Sarabanda, una spolverata di Singing In The Car, un cucchiaio di Stasera Tutto È Possibile e due belle manciate piene piene di Furore. Si è appena conclusa su Italia 1 la prima puntata di Bring The Noise, lo show musicale prodotto da Magnolia e condotto da Alvin che allieterà i mercoledì della rete giovane di Mediaset per altre cinque prime serate.

Terminata la sigla, fresca e coinvolgente, Bring The Noise cambia rotta e immerge subito il telespettatore in un’atmosfera da 1999: c’è l’orchestra in studio, c’è il corpo di ballo, c’è il pubblico ‘danzante’. E l’ingresso di Alvin non smentisce l’impressione. Con tanta – troppa? – enfasi introduce i concorrenti e presenta la band, i Kutso. Inoltre da il benvenuto al ‘primo game show musicale’, con buona pace di Enrico Papi.
I primi minuti di show non restituiscono una buona impressione: confusione, urla sguaiate di conduttore e concorrenti e nel complesso una sensazione di divertimento forzato che anziché generare empatia risulta fastidioso e imbarazzante in alcuni tratti.
La situazione non migliora l’inizio dei giochi: spiegati male e interpretati peggio da ospiti che con la missione esplicita di divertire e divertirsi buttano tutto in vacca. La situazione diventa ingestibile, i concorrenti non capiscono cosa devono fare, finisce tutto in caciara. Si salva un po’ solamente il medley di canzoni che contengono numeri da sommare. Ma poi la situazione precipita di nuovo alla fine, quando scopriamo che la gara è stata sostanzialmente inutile e che è l’ultima manche a decretare il vincitore. L’ultimo gioco, in compenso, è divertente.
Il ritmo è veloce ma non piacevolmente serrato come nelle produzioni più moderne, ma inutilmente frenetico. I giochi non salvano la baracca, attingendo alla peggior tradizione dei villaggi vacanze. Inoltre l’assenza di grafiche per i punteggi non genera il benché minimo affiatamento alla gara, della quale si fatica a capire l’andamento.

Irrilevanti anche i momenti di varietà puro, come i venti minuti dedicati al tormentone ‘Andiamo A Comandare’, spremuto fino all’ultimo, con tanto di prete intendo ad omaggiare Rovazzi con una parodia, tutorial di gruppo e celebrazione dell’artista. Momento che, come se non bastasse, viene ripreso nel finale.
Si recupera un po’ con un gradevolissimo amarcord del due indie Il Genio, che si esibisce con l’indimenticata Pop Porno. Peccato che è un siparietto ad arte per introdurre un gioco che con la musica non c’entra niente: riconoscere quali vip hanno girato un sextape, in un momento storico non proprio delicato da quel punto di vista. In gara, ovviamente, la figlia di Eva Henger che risponde imbarazzate ad un Alvin incalzante.

Dispiace però che la vittima sacrificale di questo esperimento sia proprio Alvin, alla sua prima grande occasione da conduttore unico, che prova (comprensibilmente) a mantenere alto l’entusiasmo con un’eccitazione e una foga immotivate. Gioca un po’ a fare il Cattelan di Cologno Monzese, ma Bring The Noise non è X Factor, e soprattutto Alvin si è costruito un’identità e una credibilità negli anni che gli permetterebbero di non dover copiare nessun altro collega. L’occasione di una vita, se rimarrà invariata, rischia di essere un pericoloso boomerang.

Il format, che nella versione originale ha chiuso dopo una sola stagione, per stessa ammissione della Direttrice di Italia 1 è stato completamente stravolto per incontrare il pubblico della generalista di Italia 1. Il rischio è che sia stato stravolto troppo, lasciandosi contaminare da troppi altri programmi simili e offrendo un risultato finale dozzinale e senza personalità, anni luce distante dai nuovi standard di intrattenimento televisivo. Bring The Noise è poco più che la trasposizione televisiva delle serate passate con gli amici a trastullarsi coi giochi di società in scatola. È un programma nato vecchio, con un numero di incursioni in altri show onestamente intollerabile (addirittura la Ghigliottina de L’Eredità e un momento Meteore sono stati presa in prestito!) per quanto è alto e soprattutto dalla durata insostenibile di quasi tre ore.
Gli ascolti premieranno questa promessa non mantenuta o costringeranno ad apportare qualche modifica in corso d’opera?

Will&Grace torna in TV: da mercoledì sera su Paramount

Buone notizie per gli amanti della sit-com cult di fine anni ’90: Will&Grace torna in chiaro grazie al canale 27 del digitale terrestre, quindi il neo nato Paramount Channel.

Da Mercoledì 13 Aprile alle 20.15 le storie di Will Truman, avvocato gay di New York, Grace Adler, arredatrice amica e coinquilina, Jack McFarland e l’irresistibile Karen Walker torneranno ad allietare le serate di tutti quei fan che negli anni non l’hanno dimenticata.
Will & Grace infatti rappresenta una delle prime serie comedy nelle quali si parlava apertamente di omosessualità, e per questo è rimasta iconica negli anni.

ALVIN! @genny_ferlopez e Stefano Guerrera approdano in prima serata TV (ma senza citazione)

Nella scorsa puntata dell’Isola Dei Famosipreoccupata dall’eccessiva durata della prova di appena di Mercedesz Henger, la conduttrice Alessia Marcuzzi si è resa involontaria protagonista di un momento di vero panico, iniziando ad invocare a gran voce il nome del suo inviato, Alvin.

Questo è stato lo spunto gustoso per due personaggi seguitissimi e amatissimi sui social network per offrire delle loro personali reinterpretazioni dell’urlo già iconico per gli amanti del trash televisivo.
Da una parte Andrea Danese, videomaker napoletano celebre per i suoi video caratterizzati dalle continue incursioni fusion nella cultura pop-trash-partenopea (su Instagram @genny_ferlopez), autore di tre video cult in si citano E.R., Baywatch e addirittura Titanic. Dall’altra Stefano Guerrera, twitstar e ideatore della pagina dei record ‘Se I Quadri Potessero Parlare’ e fresco del successo letterario del suo libro che invece accosta la bionda conduttrice alla mamma di ‘Mamma Ho Perso L’Aereo!‘.

Tanto è stato il successo virale sul web di questa settimana che le più fortunate reinterpretazioni di ‘Alvin! Alvin! ALVIIIIN!‘ hanno finalmente raggiunto la ribalta del ‘tubo catodico’ e ricevuto l’attenzione del grande pubblico di Canale 5, essendo state trasmesse nei primi minuti dell’ultima puntata dell’Isola Dei Famosi.

Due personaggi con un grande seguito web che hanno meritatamente sfondato la parete dei social network per arrivare al grande pubblico generalista dell’ammiraglia Mediaset. Dispiace solamente che i personaggi in questione non siano stati minimamente citati come autori delle opere-cult.

 

 

‘No Costantino, io esco!’ Tina Cipollari concorrente di Pechino Express 5 (parola di Davide Maggio)

La bomba l’ha lanciata pochi minuti fa il sito DavideMaggio.it: Tina Cipollari e la prima concorrente ufficiale della quinta stagione dell’adventure game di Rai Due, Pechino Express.

La vamp del pomeriggio di Canale 5 sarebbe ad un passo dalla firma. La nuova avventura – per la quale ancora non è stato individuato un compagno di viaggio – non interferirà col suo consueto appuntamento alla Corte di Maria.

Icona gay e star dei social, la scelta di Tina risulta estremamente interessante, vista la veracità e la spontanea ironia della prima Tronista della storia di Uomini e Donne.

Il contadino cerca (anche) marito. Nella nuova edizione anche donne e gay.

È già in moto la macchina produttiva della nuova stagione della versione italiana di ‘Farmers Wants Wife’, portata al successo in Italia da Simona Ventura col titolo di ‘Il Contadino Cerca Moglie‘. Ed è proprio la moglie al centro del restyling del dating show di FoxLife e Freemantlemedia.

La seconda edizione infatti aprirà alla partecipazione delle donne: oltre a contadini in cerca dell’anima gemella in città, quest’anno saranno anche contadine donne a dovere vagliare i candidati metropolitani. Ma non solo! Cavalcando la dichiarazione di Maria De Filippi di inserire un trono gay a settembre nel suo ‘Uomini e Donne‘, Fox Life ha deciso di giocare d’anticipo e calare l’asso del contadino gay. Infatti, uno dei concorrenti cercherà il cittadino gemello.

I nuovi protagonisti dello show saranno presentati in uno speciale martedì 26 aprile 2016, su FoxLife alle 21.55.

Omosessualità e pubblicità: a che punto siamo?

Articolo originariamente apparso sul portale di cultura omosessuale The Coming (www.thecoming.it)

Quale immagine di omosessualità è proposta e diffusa dalla pubblicità televisiva e dei giornali? Quali valori, quali aspetti, quali rappresentazioni vengono maggiormente esaltati? Impegnativo rispondere a quesiti di tale portata. La scelta di considerare la pubblicità come oggetto d’indagine è motivata dalla consapevolezza che essa, oltre ad essere un discorso apertamente persuasivo, è anche un discorso profondamente sociale. In altri termini, la comunicazione pubblicitaria può essere intesa come rappresentazione mediale di fenomeni sociali e, come tale, può essere usata come un osservatorio utile per comprendere i processi culturali che si attivano nella nostra società. La pubblicità non può non tener conto dell’evoluzione del costume e della società poiché è il riflesso dei nostri costumi.

Va detto però che la buona pubblicità lavora a favore della corrente; quando è realizzata con approfondimento e intelligenza, la sua spinta innovatrice può anticipare i cambiamenti annunciati, favorire o stimolare l’evoluzione sociale. Può essere inoltre uno strumento di progresso, di comunicazione, fatto a misura delle esigenze umane. Come ogni strumento, può essere usata male; ma quando è fatta bene e con coscienza i suoi benefici sociali sono inaspettatamente validi.
L’immaginario prodotto dalla pubblicità presenta alcune caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono da altri tipi di immaginario mediale e culturale: le immagini pubblicitarie sono finalizzate alla vendita di un prodotto e dell’universo valoriale ad esso associato e proposto dalla marca. Le strategie comunicative attraverso cui si persegue questo obiettivo possono essere le più svariate, ma l’obiettivo di fondo resta sempre il medesimo: vendere qualcosa.

Vodafone, Mc Donald’s, la prima storica campagna Ikea, ma anche Althea, Findus, Dorelan, Easyjet e in qualche modo anche Benetton. Sono tanti i brand che in Italia hanno seguito la cosiddetta ‘tendenza pinkwashing e sono saliti sul carro LGBT negli ultimi anni, alcuni in maniera gentile, altri con toni più polemici, altri ancora svelando una verve provocatoria inaspettata.
Alla luce di quanto trasmesso in Italia negli ultimi cinque anni, riassumendo le tipologie di rappresentazione dell’omosessualità nella pubblicità, possiamo contarne essenzialmente quattro:

una-coppia-gay-nel-nuovo-spot-findus-che-fors-L-D2CHkf

  • il primo modo pubblicitario di trattare l’omosessualità è quello di considerarla una possibilità tra tante; nelle clip di VodafoneMcDonald’s, Materassi Dorelan infatti il sotto-testo gay viene raccontato in relazione con gli altri, inserito nel contesto di ciò che è considerato ‘normale’ per i pubblicitari e per la società. In questi casi la comunicazione non è stereotipata o discriminante, non ricorre a macchiette o atteggiamenti omofobi o sessisti, e utilizza l’espediente narrativo della ‘carrellata veloce’ di storie e situazioni per normalizzare l’omosessualità e inserirla in contesti già socialmente accettati;

easyjet-speriamo-che-questa-famiglia-piaccia--L-dNuy-U

  • la seconda tipologia di rappresentazione è quella dell’affermazione o normalizzazione del personaggio omosessuale che diventa totalmente protagonista e normalizzato all’interno del testo pubblicitario. L’omosessualità qui non è più utilizzata per sorprendere o scandalizzare ma viene presentata come un dato di fatto accettato, un’identità. Il consumatore non è più sorpreso ma sfidato, invitato ad accettare o meno una realtà ed è il caso di AltheaFindus e Ikea, i più espliciti, dove l’omosessualità è la ‘protagonista’ del messaggio diffuso, non deve ‘dividere’ la scena con altre situazione e non deve subirne il paragone.

n-IKEA-GAY-large570

  • esiste una terza via: gli spot volutamente provocatori come Benetton e Easyjet, che usano il bacio gay (con l’aggravante dei personaggi coinvolti) e la polemica politica per sconvolgere e far parlare di sé.
    Il celebre scatto di Benetton merita un discorso a sé: non suggerisce un giudizio sull’omosessualità e non aggiunge niente alla rappresentazione dei gay nella pubblicità, ma si serve della ‘trasgressività’ (unitamente al fatto che i soggetti rappresentati siano le due massime cariche religiose del mondo) del bacio tra uomini per sconvolgere e far parlare. Quella di Easyjet poi non è esplicitamente una pubblicità ‘gay’ come la stiamo intendendo in questa veloce rassegna. È una pubblicità che strizza l’occhio al mondo gay e ne esprime vicinanza.
  • la quarta categoria è quella delle pubblicità cosiddette gay window advertising, ovvero quel tipo di spot in cui c’è un leggero sottotesto omosessuale che non mette in fuga’ i clienti eterosessuali ma crea un importante legame di complicità con quelli gay.
    È una nuova strategia di soft marketing volta ad alludere senza identificarsi con gli omosessuali, composta in modo da essere riferita al consumatore gay ma allo stesso tempo non offende o allerta la parte più conservatrice dei consumatori etero.
    Un messaggio pubblicitario di questo genere può mostrare impercettibili contatti fisici o avvicinamenti tra gruppi di persone dello stesso sesso (come la pubblicità dei coni gelato CinqueStelle Sammontana), la rappresentazione dei sessi (donne maschili, androgine, o modelli dai tratti delicati ed efebici) ma che può essere letto in modi diversi. Ne emerge che le pubblicità giocano su doppi sensi, ambiguità, carica erotica, senza mai affrontare il tema dell’orientamento sessuale direttamente.

Va sottolineato che spesso – in quasi tutte le pubblicità analizzate – i gay delle pubblicità sono perfette realizzazioni del modello “desiderabile” eterosessuale, fatto di vacanze esotiche, suocere compiaciute e tavole imbandite. Non incontriamo persone gay che rivendicano uno spazio per le proprie passioni personali, persone gay che diventano oggetto di identificazione estetica o che propongono una loro personale visione del mondo, un mondo che, per forza di cose (storia, discriminazioni subite) è spesso anche altro. Questo non vuol dire ovviamente che le persone omosessuali non possano rappresentare, e desiderare di rappresentare, esattamente quei modelli eteronormativi dell’immaginario collettivo da generazioni. Risulta però sospetto che, in un epoca di forte mutamento nella struttura del “desiderabile” pubblicitario le pubblicità meno “innovative” e più tradizionali sembrino proprio quelle gay friendly.

È necessario però anche riconoscere che tutti i contenuti pubblicitari diffusi rispondono a meccanismi di comunicazione pubblicitaria. Pertanto sarebbe sbagliato applaudire acriticamente a operazioni di marketing che rispondono solo alle logiche di mercato, seppure cerchino di creare nuovi spazi di manovra culturale o sociale: la pubblicità riflette la società che ha intorno e il target di consumatori che vuole irretire.

Usare una coppia gay al pari di una eterosessuale e quindi una famiglia gay come una tradizionale, vuol dire normare le diversità. In pubblicità non significa però darsi tutti sullo stesso piano, ma usare quel mix di aria progressista e piccolo choc culturale per attirare l’attenzione del consumatore. Vuol dire dare per scontato che, in nome del consumo, si possa unire tutti i corpi e tutti i generi. Per essere tutti “normali”, tutti rappresentati, dobbiamo consumare.