Essere Divina, finalmente al cinema il doc sul corso italiano per drag queen

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Giovedì 27 e Venerdì 28 Settembre il cinema Ambrosio di Torino verrà investito da una pioggia di glitter e paillettes. L’occasione? L’arrivo in sala di Essere Divina/Devine Being. Si tratta di un documentario diretto da Luca Pellegrini e che si propone di raccontare il fervido mondo delle drag queen in Italia e – nello specifico – a Milano.

Il documentario, della durata di 74′, parla dell’unico corso teatrale italiano (proprio nella capitale Lombarda, l’Atir/Teatro Ringhiera) dove si insegna a diventare Drag Queen.
Seguirà i quattro insegnanti drag della compagnia Nina’s Drag Queen  e i loro allievi mentre proveranno a tirare fuori “la divina che si nasconde in ognuno di noi“.

Dalla lezione introduttiva allo spettacolo finale, seguendo tutta la trasformazione, durata tre mesi. Nessun aspetto verrà tralasciato: postura, danza e lip-sync. E ovviamente trucco e parrucco per essere davvero favolosi. Nel cast anche una guest star: Mauro Coruzzi, in arte Platinette.

Se il boom di Ru Paul’s Drag Race ha reso (ancora più) pop questa meravigliosa arte performativa, sdoganandola al grande pubblico mainstream grazie anche alla distribuzione targata Netflix, è impossibile non constatare la sconfinata produzione e creatività delle artiste nostrane, performer complete e dall’identità riconoscibile. Quest’opera mira a raccontare questo mondo lontano da stereotipi e tabù: contrariamente a quanto si possa pensare “il corso è frequentato anche da donne e da uomini eterosessuali” rassicura Pellegrini ad ADNKronos.

Sebbene il documentario sia realizzato a Milano, c’è un pizzico di Roma anche in Essere Divina: durante la realizzazione il regista si è avvalso della consulenza di Karl Du Pignè, storica drag romana scomparsa pochi giorni fa. Karl – al secondo Andrea Berardicurti – non è presente nel documentario, ma alla luce della sua partecipazione “dietro le quinte” del progetto verrà debitamente ricordato e ringraziato nei titoli di coda.

 

Essere Divina/Devine Being | Quando e dove vederlo

Essere Divina/Devine Being è stato presentato al Lovers Film Festival di Torino il 21 Aprile 2018.

Ecco le date di proiezione:

  • 27 Settembre, 28 Settembre – TorinoCinema Ambrosio
  • 11 Ottobre – 18 Ottobre – RomaCinema Madison

Essere Divina/Devine Being | Credits

Essere Divina/Devine Being (Italia, 2018) è un documentario scritto da Luca Pellegrini e Maria Teresa Venditti e diretto da Luca Pellegrini.
Essere Divina/Devine Being è una produzione Own Air.

In foto la locandina ufficiale, qui sotto il trailer del documentario.

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Omosessualità e pubblicità: a che punto siamo?

Articolo originariamente apparso sul portale di cultura omosessuale The Coming (www.thecoming.it)

Quale immagine di omosessualità è proposta e diffusa dalla pubblicità televisiva e dei giornali? Quali valori, quali aspetti, quali rappresentazioni vengono maggiormente esaltati? Impegnativo rispondere a quesiti di tale portata. La scelta di considerare la pubblicità come oggetto d’indagine è motivata dalla consapevolezza che essa, oltre ad essere un discorso apertamente persuasivo, è anche un discorso profondamente sociale. In altri termini, la comunicazione pubblicitaria può essere intesa come rappresentazione mediale di fenomeni sociali e, come tale, può essere usata come un osservatorio utile per comprendere i processi culturali che si attivano nella nostra società. La pubblicità non può non tener conto dell’evoluzione del costume e della società poiché è il riflesso dei nostri costumi.

Va detto però che la buona pubblicità lavora a favore della corrente; quando è realizzata con approfondimento e intelligenza, la sua spinta innovatrice può anticipare i cambiamenti annunciati, favorire o stimolare l’evoluzione sociale. Può essere inoltre uno strumento di progresso, di comunicazione, fatto a misura delle esigenze umane. Come ogni strumento, può essere usata male; ma quando è fatta bene e con coscienza i suoi benefici sociali sono inaspettatamente validi.
L’immaginario prodotto dalla pubblicità presenta alcune caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono da altri tipi di immaginario mediale e culturale: le immagini pubblicitarie sono finalizzate alla vendita di un prodotto e dell’universo valoriale ad esso associato e proposto dalla marca. Le strategie comunicative attraverso cui si persegue questo obiettivo possono essere le più svariate, ma l’obiettivo di fondo resta sempre il medesimo: vendere qualcosa.

Vodafone, Mc Donald’s, la prima storica campagna Ikea, ma anche Althea, Findus, Dorelan, Easyjet e in qualche modo anche Benetton. Sono tanti i brand che in Italia hanno seguito la cosiddetta ‘tendenza pinkwashing e sono saliti sul carro LGBT negli ultimi anni, alcuni in maniera gentile, altri con toni più polemici, altri ancora svelando una verve provocatoria inaspettata.
Alla luce di quanto trasmesso in Italia negli ultimi cinque anni, riassumendo le tipologie di rappresentazione dell’omosessualità nella pubblicità, possiamo contarne essenzialmente quattro:

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  • il primo modo pubblicitario di trattare l’omosessualità è quello di considerarla una possibilità tra tante; nelle clip di VodafoneMcDonald’s, Materassi Dorelan infatti il sotto-testo gay viene raccontato in relazione con gli altri, inserito nel contesto di ciò che è considerato ‘normale’ per i pubblicitari e per la società. In questi casi la comunicazione non è stereotipata o discriminante, non ricorre a macchiette o atteggiamenti omofobi o sessisti, e utilizza l’espediente narrativo della ‘carrellata veloce’ di storie e situazioni per normalizzare l’omosessualità e inserirla in contesti già socialmente accettati;

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  • la seconda tipologia di rappresentazione è quella dell’affermazione o normalizzazione del personaggio omosessuale che diventa totalmente protagonista e normalizzato all’interno del testo pubblicitario. L’omosessualità qui non è più utilizzata per sorprendere o scandalizzare ma viene presentata come un dato di fatto accettato, un’identità. Il consumatore non è più sorpreso ma sfidato, invitato ad accettare o meno una realtà ed è il caso di AltheaFindus e Ikea, i più espliciti, dove l’omosessualità è la ‘protagonista’ del messaggio diffuso, non deve ‘dividere’ la scena con altre situazione e non deve subirne il paragone.

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  • esiste una terza via: gli spot volutamente provocatori come Benetton e Easyjet, che usano il bacio gay (con l’aggravante dei personaggi coinvolti) e la polemica politica per sconvolgere e far parlare di sé.
    Il celebre scatto di Benetton merita un discorso a sé: non suggerisce un giudizio sull’omosessualità e non aggiunge niente alla rappresentazione dei gay nella pubblicità, ma si serve della ‘trasgressività’ (unitamente al fatto che i soggetti rappresentati siano le due massime cariche religiose del mondo) del bacio tra uomini per sconvolgere e far parlare. Quella di Easyjet poi non è esplicitamente una pubblicità ‘gay’ come la stiamo intendendo in questa veloce rassegna. È una pubblicità che strizza l’occhio al mondo gay e ne esprime vicinanza.
  • la quarta categoria è quella delle pubblicità cosiddette gay window advertising, ovvero quel tipo di spot in cui c’è un leggero sottotesto omosessuale che non mette in fuga’ i clienti eterosessuali ma crea un importante legame di complicità con quelli gay.
    È una nuova strategia di soft marketing volta ad alludere senza identificarsi con gli omosessuali, composta in modo da essere riferita al consumatore gay ma allo stesso tempo non offende o allerta la parte più conservatrice dei consumatori etero.
    Un messaggio pubblicitario di questo genere può mostrare impercettibili contatti fisici o avvicinamenti tra gruppi di persone dello stesso sesso (come la pubblicità dei coni gelato CinqueStelle Sammontana), la rappresentazione dei sessi (donne maschili, androgine, o modelli dai tratti delicati ed efebici) ma che può essere letto in modi diversi. Ne emerge che le pubblicità giocano su doppi sensi, ambiguità, carica erotica, senza mai affrontare il tema dell’orientamento sessuale direttamente.

Va sottolineato che spesso – in quasi tutte le pubblicità analizzate – i gay delle pubblicità sono perfette realizzazioni del modello “desiderabile” eterosessuale, fatto di vacanze esotiche, suocere compiaciute e tavole imbandite. Non incontriamo persone gay che rivendicano uno spazio per le proprie passioni personali, persone gay che diventano oggetto di identificazione estetica o che propongono una loro personale visione del mondo, un mondo che, per forza di cose (storia, discriminazioni subite) è spesso anche altro. Questo non vuol dire ovviamente che le persone omosessuali non possano rappresentare, e desiderare di rappresentare, esattamente quei modelli eteronormativi dell’immaginario collettivo da generazioni. Risulta però sospetto che, in un epoca di forte mutamento nella struttura del “desiderabile” pubblicitario le pubblicità meno “innovative” e più tradizionali sembrino proprio quelle gay friendly.

È necessario però anche riconoscere che tutti i contenuti pubblicitari diffusi rispondono a meccanismi di comunicazione pubblicitaria. Pertanto sarebbe sbagliato applaudire acriticamente a operazioni di marketing che rispondono solo alle logiche di mercato, seppure cerchino di creare nuovi spazi di manovra culturale o sociale: la pubblicità riflette la società che ha intorno e il target di consumatori che vuole irretire.

Usare una coppia gay al pari di una eterosessuale e quindi una famiglia gay come una tradizionale, vuol dire normare le diversità. In pubblicità non significa però darsi tutti sullo stesso piano, ma usare quel mix di aria progressista e piccolo choc culturale per attirare l’attenzione del consumatore. Vuol dire dare per scontato che, in nome del consumo, si possa unire tutti i corpi e tutti i generi. Per essere tutti “normali”, tutti rappresentati, dobbiamo consumare.

Laura Pausini ancora frociarola sul suo profilo: ‘Nella preistoria stavano più avanti’ 

  

Che Laura Pausini fosse un’irresistibile paladina dei diritti gay era cosa risaputa: durante la data di Taormina del suo ‘20 The Greatest Hits World Tour’, andata in onda anche su RaiUno, spese parole di grande vicinanza alla questione del matrimonio egualitario. Inoltre in una puntata di C’è Posta Per Te si fece madrina di una proposta di matrimonio tra due uomini.

L’ultima di una lunghissima serie di ‘uscite’ pro-gay è quella di ieri: dopo aver postato sulla sua pagina Facebook il brano ‘Prendo Te‘ (originariamente inciso per il matrimonio della sorella Silvia) dedicandolo alla collega Elisa, convolata ieri a nozze col compagno, un fan ha obiettato sostenendo che questa canzone fosse esclusivamente per la sorella e il marito.

A quel punto Laura ha risposto così: 

questa è la canzone di tutti coloro che decidono di sposarsi. TUTTI. anche quelli che non possono per leggi ridicole. come se ci fosse davvero qualcuno che può’ dire ad un altro essere umano chi può’ o non può’ amare. #preistoria anzi no, secondo me nella preistoria erano più avanti.

La Pausini, in uscita tra poche settimane col nuovo singolo ‘Simili‘, si conferma – oltre che l’artista dal respiro più internazionale del nostro panorama – un’irresistibile frociarola

Grafici, designer, fotografi: Muccassasina cerca creativi per la nuova stagione

  
Dopo il travolgente successo della serata al Rainbow Magicland, Muccassasina si prepara alla nuova stagione invernale (la numero 26!) nella consueta location del Qube di Via Portonaccio.

E su Facebook il direttore artistico Diego Longobardi, confermato art director dal direttivo del Circolo Di Cultura Omosessuale Mario Mieli proprio in settimana, annuncia che è aperta anche una campagna di assunzione per il mondo dei creativi: designer, fotografi, PR, video maker, tecnici luci, costumisti e scenografi.

Ci si può proporre inviando curriculum, foto e link al portfolio a muccacreativeteam@gmail.com

Carlo Taormina inestimabile testa di cazzo a La Zanzara: ‘I froci hanno un difetto fisico, non devono rompermi il cazzo’

“I froci mi danno fastidio fisico. Ne ho diritto. Li riconosco, i froci, fanno dei movimenti, delle mosse, delle mossette. Ormai li riconosco. Per esempio il movimento delle mani, il modo di camminare, tante cose. Li pizzico subito, come i delinquenti. Li riconosco subito. E normalmente non sbaglio”.
E sulla condanna della Corte di Strasburgo: “L’Europa ha rotto i coglioni. Vogliono sostituire la normalità e imporre un modello di vita. La coppia gay non è una cosa naturale. Perché il matrimonio? Uno sparuto gruppo di persone vuole imporre questo esempio. Purtroppo siamo circondati da omosessuali”.

Ma non finisce qui: “I gay nascono con un difetto fisico, sono difettati. D’altra parte il 99% delle persone nascono eterosessuali, questo è un fatto. Io la penso così e non mi devono rompere il cazzo con le porcate dei gay pride”.

“Basta che facciano i loro comodi per conto loro – continua Taormina – senza rompere i coglioni con le manifestazioni che mi fanno ribrezzo. Ci sono persone col culo di fuori, sono cose ignobili, inaccettabili. Perché il culo di fuori non lo mette a casa sua e ci fa quello che vuole? Perché devo subire il culo in mezzo a una piazza? Il culo di una donna va bene e quello di un frocio no, in piazza. È evidente, è chiaro”.

Claudio Rossi Marcelli incanta ed emoziona con E Il Cuore Salta Un Battito – la recensione

C’è una frase che ricorre spesso mentre parlo di libri coi miei amici che leggono molto: ‘ti accorgi di aver amato un libro quando, una volta finito, senti di aver perso un amico‘. Questo non mi era mai capitato, ma con imbarazzo lo avevo sempre tenuto per me. Mi considero un medio lettore, viaggio sulla media dei tre libri al mese (quando quelli dell’università non hanno la meglio sull’economia del tempo dedicato alla lettura) e sicuramente ci sono state opere che mi sono piaciute, che hanno lasciato il segno, che avrei voluto approfondire o delle quali avrei voluto sapere gli sviluppi come nell’ultima puntata della serie preferita, ma quel senso di profondo legame ad un universo narrativo che muoveva gli spiriti dei miei compari di letture – ahimè – non aveva ancora colpito me. Fino a ieri sera, quando ho letto l’ultima pagina di E Il Cuore Salta Un Battito di Claudio Rossi Marcelli.

Eppure le basi per rimanere colpito c’erano tutte: romanzo di formazione, storia d’amore (vera) di coppia omosessuale, lieto fine, ambientato a Roma, protagonista un affermato giornalista dall’irresistibile animo pop; insomma, a meno che il contenuto non avesse tradito clamorosamente la quarta di copertina, rivelandosi un horror splatter ambientato nelle campagne della Louisiana, gli ingredienti erano quelli giusti. Ma mai avrei pensato di rimanere così colpito.

Al centro della storia c’è l’adolescenza del giornalista Claudio Rossi Marcelli (DJ di Muccassassina, redattore per giornali patinati da teen-ager, scrittore di libri e ora penna in forza tra le fila di Internazionale) e del suo incontro – non senza incidenti di percorso! – con Manlio, attuale marito e padre di tre bambini (prima che caschiate dalle sedie, tutto questo ovviamente in Danimarca). Il suo stile brillante e sagace è stato capace di rendere la storia un meraviglioso quadro pop, intenso e commovente senza esasperare i toni drammatici o la sdolcinatezza che spesso gli amori dei twenty-something sanno offrire.

Oltre alla freschezza della storia – e della penna che la racconta – altro merito di Battito è la capacità di immergere totalmente il lettore in quegli anni; non solo grazie alla divisione in capitoli titolati con nomi di brani emblema degli anni ’90, ma anche grazie al racconto di film dell’epoca, usanze e tradizioni di un paese appena uscito dai chiassosi anni ottanta, gli eventi che hanno caratterizzato il decennio di Britney Spears e le Spice Girls, il boom di Muccassassina e la nascita di Scienze della Comunicazione, della preparazione al World Pride di Roma del 2000 e del Titanic, di Paola E Chiara e dell’adorazione da parte del pubblico omosessuale per Madonna, nel pieno del suo periodo promozionale per ‘Evita‘.

I personaggi sono raccontati con la lucidità e la tridimesionalità che solamente una ‘storia vera’ può raccontare; la realtà regala sfaccettature ai personaggi che neanche lo sceneggiatore più abile riuscirebbe a donare, permettendo a ognuno di ritrovarsi in qualcuno, non solo nei protagonisti: chi non ha mai conosciuto una Susanna, l’amica frociarola eternamente sfigata in amore? Ed è solo una delle sfumature della vita che Rossi Marcelli è riuscito a cogliere: nel libro c’è l’amore (tanto), il sesso, il rapporto coi genitori, l’università, il coming out, e non serve aver vissuto quegli anni (o averli vissuti ma ricordarli pochissimo, come chi scrive) per immedesimarsi completamente, anche a vent’anni dai fatti raccontati.

Battito è il riassunto pop della vita di ognuno di noi, portata alla luce della ribalta grazie al racconto di una storia d’amore genuina, moderna, ideale, ispiratrice, che ha il merito di mostrare che una realtà gay finalmente ‘normale‘ c’è, seppur abbia visto la completa realizzazione famigliare all’estero, che un’alternativa alla vita di sofferenza e solitudine che – sbagliando – i nostri genitori temevano per noi esiste ed è perseguibile senza essere grandi rock star o attori affermati, anche lavorando tutto il giorno all’etichetta di uno shampoo ‘in un grande palazzo a vetri in zona Eur’, come fa Manlio nel racconto.

Ma prima di chiudere qui – giusto il tempo per andare su Amazon a ordinare Hello Daddy!, il primo libro di Claudio Rossi Marcelli – vi ricordo che potrete incontrare (e spero anche io!) Claudio a Roma il 12 Settembre, presso il Gay Village, dove presenterà il libro e, rincontrando la sua ‘madrina’ musicale Vladimir Luxuria, ci regalerà un DJ set anni ’90 che già si preannuncia imperdibile. E speriamo inizi con Your Disco Needs You di Kylie Minogue, proprio come racconta nel libro!

Sport Week rompe i tabù: sabato in edicola copertina storica con bacio gay tra rugbisti

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Quella di sabato prossimo sarà una copertina che farà discutere: Sport Week, inserto del weekend della Gazzetta Dello Sport ha deciso di infrangere l’ultimo grande tabù del mondo gay, quello dello sport.

La cover story – dall’11 Luglio in edicola – infatti vede il bacio tra Giacomo e Stefano, due ragazzi gay, compagni nella vita e nello sport: entrambi giocano per Libera, la squadra di rugby gay-friendly di Roma. Lo scatto, che si preannuncia rivoluzionario va ad attaccare quel dogma tutto italiano per il quale lo sport (soprattutto il rugby) sia una cosa da ‘maschi’ e dal quale il mondo LGBT debba restare fuori. Nel servizio, come recita proprio la copertina, ci si dedicherà ad un viaggio alla scoperta di chi si è dichiarato e chi ha ancora timore, con l’obiettivo di raccontare una realtà che, nonostante i piani alti non vogliano ammetterlo – esiste.

USA: Corte Suprema legalizza le nozze gay per tutti i paesi.

WASHINGTON — The U.S. Supreme Court ruled 5-4 on Friday that it is legal for all Americans, no matter their gender or sexual orientation, to marry the people they love.

The decision is a historic victory for gay rights activists who have fought for years in the lower courts. Thirty-seven states and the District of Columbia already recognize marriage equality. The remaining 13 states ban these unions, even as public support has reached record levels nationwide.

Direttamente da HuffPost America. In aggiornamento.

Milano Pride, su Facebook gli auguri di Madonna

Mentre in Italia le icone gay si riscoprono devote omofobe (citofonare Cuccarini), negli States prendono sul serio il ruolo delle paladine della comunità LGBT. È una delle parole che fa rima con icona gay è Madonna.

Ed è per il Gay Pride di Milano che arriva l’augurio che non ti aspetti: la regina del pop infatti ha mandato, tramite Facebook, le sue felicitazioni per la parata meneghina in difesa dei diritti dei gay. .

Gay Village 2015 stupisce: prima serata al top grazie a sigla, sala Hit e scenografie

Chi scrive, nel passato più prossimo, non è stato tenero col Gay Village. O meglio, nell’ultimo paio di anni lo ha trattato come la zia che ti sta sulle palle ma la vai a trovare perché ci incontri i cugini e alla fine un po’ ti diverti sempre.
Vuoi la virata – obbligata – verso la cafonissima EDM, vuoi la selezione sempre meno curata e la poca propensione alla novità e alle iniziative, negli ultimi tre anni (dall’ospitata di Bob Sinclair, che a mio avviso ha aperto le ‘gabbie‘) ho bastonato quando c’era da bastonare.

La conferenza stampa lo aveva promesso, ci sarebbero state scintille: e così è stato. La prima serata del quattordicesimo Gay Village è stata una continua sorpresa, da ogni punto di vista.
Il primo è il colpo d’occhio scenografico: la sala Pop ha un palcoscenico praticamente televisivo, con il sipario hi tech incastonato nel video wall che nulla ha da invidiare dalle produzioni del piccolo schermo. Un ponte panoramico porta fino alla sala House dove c’è la vera sorpresa, un ottagono led sospeso sulla pista che accoglie in dj e che crea giochi geometrici di luci. Un sogno per ogni DJ suonare li dentro, alta, altissima classe, livello europeo.
Il ‘clima’ del villaggio è come sempre ricreato, addirittura migliorato, con tanti bar, zone di aggregazione, piccoli shop e un’iniziativa che si rivelerà must di questa stagione, il camioncino di street food di hamburger, powered by T Bone Station, realtà gastronomica romana che strizza l’occhio alle steak house americane.

Proprio dal palco pop poi sono arrivate altre due delle cose più apprezzate della serata: la sigla e l‘intervento della madrina Simona Ventura. Super Simo non è Harvey Millk, nessuno voleva un pippotto sui diritti LGBT e sarebbe stato miope aspettarselo; è arrivata, vulcanica come sempre, una splendida cinquantenne, baraccona quanto basta e nella misura che ha fatto affezionare tutto il pubblico al suo stile informale e ‘caciarone‘. Due parole di rito, tanta complicità con l’amica e direttrice artistica Vladimir Luxuria e un siparietto pazzesco coi mai troppo idolatrati Karma B, che si sono esibiti – assieme ad una Ventura genuinamente divertita – nella coreografia trash cult di Pittarosso.

Ed è proprio super Simo a lanciare un’altra chicca della serata: la sigla. Ogni anno attesissima dalla fanbase del Gay Village, quest’anno non ha deluso le aspettative: si è rimasti sul tema ‘fattoria’, ovviamente, e si è voluto immaginare il lancio commerciale di una linea di biscotti che rendono liberi, fatti in ‘pasta frocia‘. Volgarotta quanto basta (e quanto serve) e volutamente trash, rimarrà incastonata nella storia delle sigle della kermesse per idea, fotografia, e soprattutto canzone.

Ultima perla di questa prima serata è la neonata Sala Hit. Ovviamente piccola perché sperimentale (e ahimè relegata in zona bagni), la sala Hit è stata annunciata – sempre in conferenza stampa – come lo spazio per ‘nutrire la mente con generi diversi che non troverebbero spazio nella classica bipartizione commerciale-house‘. Il risultato di ieri sera è stato che la nudisco di Andrea Prezioso ha ricordato al pubblico gay un po’ più attempato (e a quello giovane che si prende – vivaddio – poco sul serio) le atmosfere dei primi Village. Perché negli ultimi anni si è avvertita la mancanza di quella nota ‘baraccona‘ fatta di revival, trash, happy – ma anche anni ’90 e ’00 di qualità – che hanno reso la comunità gay.. gaia! Forse il ritorno di ‘Hung Up‘, ‘It’s Raining Man‘ o ‘Rhythm Is A Dancer’ faranno tornare alla base tutta quella clientela esigente che negli ultimi anni ha storto il naso di fronte alla ‘commercializzazione gggiovane a tutti i costi’ della musica. Anche la sala Commerciale, col Re Mida di GIAM Brezet DJ, è tornata a quell’atmosfera squisitamente Pop che la caratterizzava gli scorsi anni.

Come vi potrà confermare ognuno dei quasi diecimila (record storico) partecipanti al primo atto di Gay Village 14 quest’anno c’è veramente tanta carne al fuoco – e non ho parlato neanche della parte teatro/cinema/cultura, validissima – ed è per tutti i gusti: etero (purché simpatizzanti della comunità LGBT), gay, giovani, meno giovani, puristi del genere e novellini, scettici e adoratori. Il Gay Village è tornato competitivo a livello europeo e – senza ombra di dubbio – LA proposta, non una delle, dell’estate romana.