La pagella di Nemicamatissima. 10 alla sigla, 2 allo show.

Atteso, pubblicizzato, controverso. Ha visto la luce uno dei prodotti centrali della nuova stagione della prima rete del servizio pubblico: non senza polemiche e dichiarazioni al vetriolo (ma sopratutto qualche difetto oggettivo) è andata finalmente in onda la prima puntata di Nemicamatissima, il two-woman-show di Lorella Cuccarini e Heather Parisi.
Per raccontarvelo prenderemo in prestito una formula cara a quest’ultima – che con i suoi voti pre-show ha fatto tremare più volte il Teatro 5 – e stileremo una sorta di pagella di cosa secondo noi ha funzionato, ma (sopratutto) di cosa non ha funzionato ieri sera.

Iniziamo dalle lieti note: nello show dedicato a due artiste che devono alla sigla (10) – forma d’arte abbandonata nella tv di oggi – il loro successo era doveroso rendere omaggio con un brano all’altezza. Ovviamente Silvio Testi alla scrittura (produttore musicale di entrambe, marito della Cuccarini), che da abile esperto dei repertori delle Nemiche Amatissime ha messo su un collage dei testi, legato da un ritmo che strizza l’occhio alla musica contemporanea con incursioni house e dance ha dato vita ad un trionfo di citazionismo sfrenato. Il brano è entrato subito nella top 20 di iTunes e i social lo hanno accolto con grande calore (c’è addirittura chi lo vorrebbe candidare all’Eurovision Song Contest!), rendendolo già un piccolo cult.

Prima di spostarsi sugli aspetti prettamente televisivi è impossibile non menzionare musica e ballo (9): Veronica Peparini e la sua crew di ballerini (la maggior parte ex-Amici di Maria) ha messo su coreografie e scenografie dove la mano della bionda insegnate di ballo è visibilissima, conferendo contemporaneità e clima ‘pop’ ad uno show che avrebbe potuto rimanere imbrigliato nelle ritualità più classiche proprie di Rai 1. Da applaudire anche l’idea di aver completamente riarrangiato alcuni brani, modernizzandoli e mixandoli con successi di oggi (come La Notte Vola/This Is What You Came For, hit da discoteca di Calvin Harris). Questo compensa in parte l’utilizzo smodato del playback.

Maestoso lo studio (8), il suggestivo Teatro 5 di Cinecittà, che seppur mortificato da alcune scelte registiche discutibili – di cui parleremo piu avanti – restituisce l’atmosfera del varietà d’altri tempi, integrando le nuove tecnologie senza però che quest’ultime sovrastino la scena, asciutta ma funzionale.

Sbrigate le formalità e plaudite le maestranze, è ora di entrare nel merito, e parlare delle padrone di casa. Lorella (7), tra le due, è quella che spicca di più nello show, ma soprattutto porta sul palco la sua interpretazione di cosa è – e cosa dovrebbe essere – una showgirl: co-conduce senza voler strafare, canta (un po’ in un perdonabile playback, un po’ in un ammirabile live), balla (seppur aiutati dal corpo di ballo e dall’impatto visivo della scenografia), si presta come spalla agli sketch comici di Lillo e Greg. Certo, la cifra stilistica è quella di casa Cuccarini, leggermente distaccata e con un piglio da ‘maestrina’ che però è insito nel personaggio e che probabilmente è l’ingrediente l’ha resa per anni la più amata dagli italiani, lasciando trasparire professionalità e competenza.
Heather (6) rimane in secondo piano: in video meno tempo, i suoi interventi sono più misurati, e ad eccezione di un paio di contributi, le sue coreografie si concludono a semplice playback e passeggiata, ’mossette’ e crazy-faces, come nel suo stile. Apprezzabile il suo monologo sull’accettazione di sé e sull’età , ma dopo tutte le dichiarazioni della vigilia ci si aspettava onestamente qualcosa di più, sopratutto in tema di partecipazione: quando si tratta di interagire con ospiti, co-conduttori ma soprattutto coinquilina del Teatro 5, Heather non dimostra la minima empatia o coinvolgimento.
Infatti il rapporto tra le due (5) non decolla mai. In un’intervista rilasciata dopo poche ore a gay.it Heather ha ammesso che tra le due non è scattato nessun feeling, e non fatichiamo a crederlo. Oltre lo sketch iniziale e il medley di successi, sono pochi i momenti corali. Inoltre i dialoghi previsti non brillano per acume: la differenza di altezza, la storia del produttore musicale scippato, Heather che rinfaccia a Lorella di averle rubato il posto e la smentita delle voci di rivalità sono argomenti triti e ritriti tra le due artiste. Non c’è stata rivalità, non c’è stata intesa, è rimasto tutto in superficie. La dinamica di Lorella conciliatrice e Heather ancora sul piede di guerra non è mai esplosa del tutto, regalando parentesi piuttosto deboli.

Debole come sono state alcune scelte registiche (4): montaggio confuso e inquadrature incomprensibili – come macchinisti e assistenti di studio ripresi più volte durante le esibizioni- sono solo alcuni dei vezzi che hanno reso la confezione inadeguata al contenuto, già non ottimo.

A migliorare la situazione non sono stati certamente gli ospiti (3), grande punto debole dell’intero progetto: tutti personaggi in ‘marchetta’. Chi un libro, chi un disco, chi un film. Il Teatro 5 si è trasformato in una passerella per personaggi in promozione. Non che questo sia necessariamente un male, ma nessun ospite era in alcun modo legato al ‘mondo’ delle due, nessuno ha portato qualcosa al racconto, nessun ha permesso di approfondire la carriera delle Nemiche Amatissime. Si sarebbero potuti chiamare conduttori, coreografi, ballerini. Anche senza scomodare la – doverosa – partecipazione di Pippo Baudo che però non c’è stata, la scelta dei personaggi poteva (e doveva) essere diversa. L’unico ospite di cui si è intravista una ragion d’essere è stato l’outsider Greggio, che dopo aver trasposto sul palco niente più che un qualsiasi monologo di apertura di Striscia, ha tenuto banco con una presa in giro all’Universo Rai, ma soprattutto è stato ‘presentatore’ dell’unico numero introdotto con qualche cenno storico (La Notte Vola, sigla di Odiens, programma del conduttore Mediaset).
Gli stessi Lillo E Greg non avevano l’autorevolezza necessaria per legare gli snodi narrativi, e si sono limitati a riempire i tempi morti dovuti al cambio d’abito delle due star, riproponendo alcuni classici e portando a casa il compitino senza slanci particolarmente memorabili.

Il grande problema di Nemicamatissima consiste però nella struttura globale dello show (2), oltre che nelle pecche singole: non c’è racconto, non c’è celebrazione. È uno show che strizza l’occhio ai nostalgici del piccolo schermo e degli anni che furono, senza però tener conto dei giovanissimi, o di chi semplicemente voleva avvicinarsi alla produzione delle due e saperne di più: le canzoni scorrono senza spiegazione, senza contestualizzazione storica, senza un minimo di riferimenti ai programmi da cui sono state tratte. Nemmeno una segnalazione in grafica del titolo, per andare eventualmente a cercarla e riascoltarla a casa. Paradossalmente sarebbe stata più efficace una puntata di Techetechetè. L’idea di base avrebbe potuto funzionare, ma è mancata una scrittura adeguata ad attualizzare un genere insostenibile oggi: il varietà anni ’90. Ospiti di seconda mano, poca empatia tra le due e la totale assenza di idee innovative hanno fatto il resto e hanno dato la sensazione di una promessa non mantenuta, oltre che di una serie di interventi slegati ai quali manca una ragion d’essere e una scrittura che potesse fungere da collante. Levato il battage pubblicitario imponente e la vera o presunta rivalità tra le due, di Nemicamatissima rimane solamente la sensazione di un’occasione sprecata che avrebbe (e avrebbe dovuto) andare diversamente.

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Bring The Noise, confusione e citazionismo sfrenato affossano lo show di Italia 1.

Un pizzico di Sarabanda, una spolverata di Singing In The Car, un cucchiaio di Stasera Tutto È Possibile e due belle manciate piene piene di Furore. Si è appena conclusa su Italia 1 la prima puntata di Bring The Noise, lo show musicale prodotto da Magnolia e condotto da Alvin che allieterà i mercoledì della rete giovane di Mediaset per altre cinque prime serate.

Terminata la sigla, fresca e coinvolgente, Bring The Noise cambia rotta e immerge subito il telespettatore in un’atmosfera da 1999: c’è l’orchestra in studio, c’è il corpo di ballo, c’è il pubblico ‘danzante’. E l’ingresso di Alvin non smentisce l’impressione. Con tanta – troppa? – enfasi introduce i concorrenti e presenta la band, i Kutso. Inoltre da il benvenuto al ‘primo game show musicale’, con buona pace di Enrico Papi.
I primi minuti di show non restituiscono una buona impressione: confusione, urla sguaiate di conduttore e concorrenti e nel complesso una sensazione di divertimento forzato che anziché generare empatia risulta fastidioso e imbarazzante in alcuni tratti.
La situazione non migliora l’inizio dei giochi: spiegati male e interpretati peggio da ospiti che con la missione esplicita di divertire e divertirsi buttano tutto in vacca. La situazione diventa ingestibile, i concorrenti non capiscono cosa devono fare, finisce tutto in caciara. Si salva un po’ solamente il medley di canzoni che contengono numeri da sommare. Ma poi la situazione precipita di nuovo alla fine, quando scopriamo che la gara è stata sostanzialmente inutile e che è l’ultima manche a decretare il vincitore. L’ultimo gioco, in compenso, è divertente.
Il ritmo è veloce ma non piacevolmente serrato come nelle produzioni più moderne, ma inutilmente frenetico. I giochi non salvano la baracca, attingendo alla peggior tradizione dei villaggi vacanze. Inoltre l’assenza di grafiche per i punteggi non genera il benché minimo affiatamento alla gara, della quale si fatica a capire l’andamento.

Irrilevanti anche i momenti di varietà puro, come i venti minuti dedicati al tormentone ‘Andiamo A Comandare’, spremuto fino all’ultimo, con tanto di prete intendo ad omaggiare Rovazzi con una parodia, tutorial di gruppo e celebrazione dell’artista. Momento che, come se non bastasse, viene ripreso nel finale.
Si recupera un po’ con un gradevolissimo amarcord del due indie Il Genio, che si esibisce con l’indimenticata Pop Porno. Peccato che è un siparietto ad arte per introdurre un gioco che con la musica non c’entra niente: riconoscere quali vip hanno girato un sextape, in un momento storico non proprio delicato da quel punto di vista. In gara, ovviamente, la figlia di Eva Henger che risponde imbarazzate ad un Alvin incalzante.

Dispiace però che la vittima sacrificale di questo esperimento sia proprio Alvin, alla sua prima grande occasione da conduttore unico, che prova (comprensibilmente) a mantenere alto l’entusiasmo con un’eccitazione e una foga immotivate. Gioca un po’ a fare il Cattelan di Cologno Monzese, ma Bring The Noise non è X Factor, e soprattutto Alvin si è costruito un’identità e una credibilità negli anni che gli permetterebbero di non dover copiare nessun altro collega. L’occasione di una vita, se rimarrà invariata, rischia di essere un pericoloso boomerang.

Il format, che nella versione originale ha chiuso dopo una sola stagione, per stessa ammissione della Direttrice di Italia 1 è stato completamente stravolto per incontrare il pubblico della generalista di Italia 1. Il rischio è che sia stato stravolto troppo, lasciandosi contaminare da troppi altri programmi simili e offrendo un risultato finale dozzinale e senza personalità, anni luce distante dai nuovi standard di intrattenimento televisivo. Bring The Noise è poco più che la trasposizione televisiva delle serate passate con gli amici a trastullarsi coi giochi di società in scatola. È un programma nato vecchio, con un numero di incursioni in altri show onestamente intollerabile (addirittura la Ghigliottina de L’Eredità e un momento Meteore sono stati presa in prestito!) per quanto è alto e soprattutto dalla durata insostenibile di quasi tre ore.
Gli ascolti premieranno questa promessa non mantenuta o costringeranno ad apportare qualche modifica in corso d’opera?

Omosessualità e pubblicità: a che punto siamo?

Articolo originariamente apparso sul portale di cultura omosessuale The Coming (www.thecoming.it)

Quale immagine di omosessualità è proposta e diffusa dalla pubblicità televisiva e dei giornali? Quali valori, quali aspetti, quali rappresentazioni vengono maggiormente esaltati? Impegnativo rispondere a quesiti di tale portata. La scelta di considerare la pubblicità come oggetto d’indagine è motivata dalla consapevolezza che essa, oltre ad essere un discorso apertamente persuasivo, è anche un discorso profondamente sociale. In altri termini, la comunicazione pubblicitaria può essere intesa come rappresentazione mediale di fenomeni sociali e, come tale, può essere usata come un osservatorio utile per comprendere i processi culturali che si attivano nella nostra società. La pubblicità non può non tener conto dell’evoluzione del costume e della società poiché è il riflesso dei nostri costumi.

Va detto però che la buona pubblicità lavora a favore della corrente; quando è realizzata con approfondimento e intelligenza, la sua spinta innovatrice può anticipare i cambiamenti annunciati, favorire o stimolare l’evoluzione sociale. Può essere inoltre uno strumento di progresso, di comunicazione, fatto a misura delle esigenze umane. Come ogni strumento, può essere usata male; ma quando è fatta bene e con coscienza i suoi benefici sociali sono inaspettatamente validi.
L’immaginario prodotto dalla pubblicità presenta alcune caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono da altri tipi di immaginario mediale e culturale: le immagini pubblicitarie sono finalizzate alla vendita di un prodotto e dell’universo valoriale ad esso associato e proposto dalla marca. Le strategie comunicative attraverso cui si persegue questo obiettivo possono essere le più svariate, ma l’obiettivo di fondo resta sempre il medesimo: vendere qualcosa.

Vodafone, Mc Donald’s, la prima storica campagna Ikea, ma anche Althea, Findus, Dorelan, Easyjet e in qualche modo anche Benetton. Sono tanti i brand che in Italia hanno seguito la cosiddetta ‘tendenza pinkwashing e sono saliti sul carro LGBT negli ultimi anni, alcuni in maniera gentile, altri con toni più polemici, altri ancora svelando una verve provocatoria inaspettata.
Alla luce di quanto trasmesso in Italia negli ultimi cinque anni, riassumendo le tipologie di rappresentazione dell’omosessualità nella pubblicità, possiamo contarne essenzialmente quattro:

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  • il primo modo pubblicitario di trattare l’omosessualità è quello di considerarla una possibilità tra tante; nelle clip di VodafoneMcDonald’s, Materassi Dorelan infatti il sotto-testo gay viene raccontato in relazione con gli altri, inserito nel contesto di ciò che è considerato ‘normale’ per i pubblicitari e per la società. In questi casi la comunicazione non è stereotipata o discriminante, non ricorre a macchiette o atteggiamenti omofobi o sessisti, e utilizza l’espediente narrativo della ‘carrellata veloce’ di storie e situazioni per normalizzare l’omosessualità e inserirla in contesti già socialmente accettati;

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  • la seconda tipologia di rappresentazione è quella dell’affermazione o normalizzazione del personaggio omosessuale che diventa totalmente protagonista e normalizzato all’interno del testo pubblicitario. L’omosessualità qui non è più utilizzata per sorprendere o scandalizzare ma viene presentata come un dato di fatto accettato, un’identità. Il consumatore non è più sorpreso ma sfidato, invitato ad accettare o meno una realtà ed è il caso di AltheaFindus e Ikea, i più espliciti, dove l’omosessualità è la ‘protagonista’ del messaggio diffuso, non deve ‘dividere’ la scena con altre situazione e non deve subirne il paragone.

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  • esiste una terza via: gli spot volutamente provocatori come Benetton e Easyjet, che usano il bacio gay (con l’aggravante dei personaggi coinvolti) e la polemica politica per sconvolgere e far parlare di sé.
    Il celebre scatto di Benetton merita un discorso a sé: non suggerisce un giudizio sull’omosessualità e non aggiunge niente alla rappresentazione dei gay nella pubblicità, ma si serve della ‘trasgressività’ (unitamente al fatto che i soggetti rappresentati siano le due massime cariche religiose del mondo) del bacio tra uomini per sconvolgere e far parlare. Quella di Easyjet poi non è esplicitamente una pubblicità ‘gay’ come la stiamo intendendo in questa veloce rassegna. È una pubblicità che strizza l’occhio al mondo gay e ne esprime vicinanza.
  • la quarta categoria è quella delle pubblicità cosiddette gay window advertising, ovvero quel tipo di spot in cui c’è un leggero sottotesto omosessuale che non mette in fuga’ i clienti eterosessuali ma crea un importante legame di complicità con quelli gay.
    È una nuova strategia di soft marketing volta ad alludere senza identificarsi con gli omosessuali, composta in modo da essere riferita al consumatore gay ma allo stesso tempo non offende o allerta la parte più conservatrice dei consumatori etero.
    Un messaggio pubblicitario di questo genere può mostrare impercettibili contatti fisici o avvicinamenti tra gruppi di persone dello stesso sesso (come la pubblicità dei coni gelato CinqueStelle Sammontana), la rappresentazione dei sessi (donne maschili, androgine, o modelli dai tratti delicati ed efebici) ma che può essere letto in modi diversi. Ne emerge che le pubblicità giocano su doppi sensi, ambiguità, carica erotica, senza mai affrontare il tema dell’orientamento sessuale direttamente.

Va sottolineato che spesso – in quasi tutte le pubblicità analizzate – i gay delle pubblicità sono perfette realizzazioni del modello “desiderabile” eterosessuale, fatto di vacanze esotiche, suocere compiaciute e tavole imbandite. Non incontriamo persone gay che rivendicano uno spazio per le proprie passioni personali, persone gay che diventano oggetto di identificazione estetica o che propongono una loro personale visione del mondo, un mondo che, per forza di cose (storia, discriminazioni subite) è spesso anche altro. Questo non vuol dire ovviamente che le persone omosessuali non possano rappresentare, e desiderare di rappresentare, esattamente quei modelli eteronormativi dell’immaginario collettivo da generazioni. Risulta però sospetto che, in un epoca di forte mutamento nella struttura del “desiderabile” pubblicitario le pubblicità meno “innovative” e più tradizionali sembrino proprio quelle gay friendly.

È necessario però anche riconoscere che tutti i contenuti pubblicitari diffusi rispondono a meccanismi di comunicazione pubblicitaria. Pertanto sarebbe sbagliato applaudire acriticamente a operazioni di marketing che rispondono solo alle logiche di mercato, seppure cerchino di creare nuovi spazi di manovra culturale o sociale: la pubblicità riflette la società che ha intorno e il target di consumatori che vuole irretire.

Usare una coppia gay al pari di una eterosessuale e quindi una famiglia gay come una tradizionale, vuol dire normare le diversità. In pubblicità non significa però darsi tutti sullo stesso piano, ma usare quel mix di aria progressista e piccolo choc culturale per attirare l’attenzione del consumatore. Vuol dire dare per scontato che, in nome del consumo, si possa unire tutti i corpi e tutti i generi. Per essere tutti “normali”, tutti rappresentati, dobbiamo consumare.

#VMAStory: le 5 performance più belle di Britney Spears

Dopo la Top 5 riguardante Madonna, continua la rassegna sulle esibizione che hanno fatto la storia dei premi di MTV, raccontati in maniera monografica dalle interpreti più attive su quel palco.
E se lo scettro di regina dei VMAs e della Queen Ciccone, sul secondo gradino del podio non può che esserci la sua erede designata, l’ex fidanzatina d’America, la principessa del Pop Britney Spears.

5) Like A Virgin/Hollywood, 2003
Esibizione in parte sua, ma nella quale ha contribuito a creare quel clima di epicità che rende il live indimenticato dopo dodici anni precisi (è proprio oggi l’anniversario). Sposa sexy – omaggio a Madonna che con quell’outfit calcò il palco nel 1984 – assieme all’amica/rivale Christina Aguilera, Britney si rende protagonista del bacio lesbo più chiacchierato della storia del pop. Iconica.

4) Oops!.. I Did It Again/Satisfaction, 2000
Seconda esibizione per Britney ai VMAs, dove nel 2000 porta un medley composto dalla discutibile (I Can’t Get No) Satisfaction e dalla super hit Oops!.. I Did It Again. Un sobrio completo nero lascia il passo ad un succinto abito color carne che la vede effetto nudo sul palco. Se i contestatori trovano il gesto provocatorio per tutti gli altri non c’è dubbio: la lolita del pop sta lasciando il passo ad un sexy animale da palcoscenico.

3) Baby.. One More Time, 1999
Prima esibizione all’inizio della carriera: era il 1999 e Britney, accompagnata dagli *NSync, si esibisce in un medley della sua prima hit e Tearin’ Up My Heart della band di Justin Timberlake. Lo show vede l’ambientazione scolastica che ha reso celebre la clip di BOMT e una Britney che non risponde all’appello in classe, uscendo all’improvviso e deliziando i presenti con una coreografia di jacksoniana memoria. Per essere il primo grande live, il livello di epicità è altissimo.

2) Gimme More, 2007
Un’esibizione che porta con sé più della semplice performance: è il punto più basso della carriera della Spears, ingrassata, spaesata, goffa e ovviamente in playback contiene però la metafora dello showbiz che da ma sa anche togliere. Il risultato è assolutamente leggenda, nonostante le innumerevoli imperfezioni.

1) I’m A Slave For You, 2003
Decisamente l’esibizione più bella di Britney, dentro e fuori i VMAs. La Spears non è più la bambolina di fine anni ’90 ma una donna matura, una popstar sexy che sa provocare. L’ambientazione della giungla hot culmina con un frame che è storia: Britney avvolta da un enorme pitone albino, immagine allusiva che rimarrà incastonata per sempre nell’immagine globale di Britney Spears.

57 anni di Louise Veronica Ciccone. Ma Madonna è ancora la regina del Pop?

Che lo vogliate o meno, è da oltre trenta lunghi anni che siamo sotto una dittatura. Una dittatura fatta di code alte, di reggiseni a punta, di croci in Svarosky, di fidanzati giovanissimi, di nei finti e spazi tra i denti, di cappelli da cowgirl e di body viola. È una dittatura silenziosa e subdola, che miete adepti accecati dalla venerazione, e che come ogni dittatura si è insinuata in un periodo di crisi sociale, visto che i chiassosi anni ’80 faticavano a sfornare un’icona universalmente apprezzata.

La dittatura pop che da trentatré anni ha plasmato la nostra cultura porta il nome di Madonna Louise Veronica Ciccone, per tutti solo  Madonna.

Andando indietro di poco più di tre decadi, proprio in questi giorni – precisamente il 27 Luglio – usciva ‘Madonna – The First Album‘, opera prima di questa giovane ragazza di Bay City, Michigan, terza di sei fratelli e con un po’ di sangue italiano nelle vene (i nonni erano di Pacentro, vicino L’Aquila). La storia di Madonna è piuttosto conosciuta: arriva diciannovenne a New York per studiare coreografia, con i soli, celebri, 35 dollari in tasca e, dopo aver provato i più diversi lavoretti che le garantissero almeno la sopravvivenza, provò a farsi notare dai produttori, catturando l’attenzione di Mark Kamins (Sire Records). In questo periodo inciderà Holiday, Everybody e Burning Up.
Proprio il successo di Everybody, trasmessa a manetta da radio e MTV (e complice la credenza generale che l’artista in questione fosse di colore, per il timbro della voce) garantirono a ‘Madonna‘, primo album omonimo del 1983, di portare a casa cinque dischi di platino, spianando la strada alla più influente delle artiste.
Madonna è ambiziosa, talentuosa e ostinata, e questo il pubblico lo adorerà.

Il trentennio a seguire è storia. Gli anni ’80 vedono la pubblicazione di Like a Virgin, Who’s That Girl?, True Blue e Like a Prayer. È l’era di Material Girl, La Isla Bonita, Into The Groove e Papa Don’t Preach, brani incastonati indelebilmente nella discografia di Madonna, che le saranno utili per rafforzare il suo status di Icona.
In questo periodo infatti lanciò la sua linea di abbigliamento low cost, Wazoo, disponibile nei grandi magazzini d’America, e che smuoveva massi di ragazzine disposte a tutto per assomigliare alla loro eroina. Quella che adesso sembra un’indegna accozzaglia di braccialetti in gomma, vistose collane e fiocchi per capelli era non solo la normalità, ma grande tendenza.
Accessorio di grande importanza fu il crocifisso, ‘sexy perché raffigura un uomo nudo‘, dichiarò Madge a Penthouse nel 1985. Certe dichiarazioni sacrileghe fecero storcere il naso a qualche benpensante, che non vedeva di buon occhio l’utilizzo di una simbologia sacra in un contesto decisamente profano come quello dello showbiz. Il video di Like a Prayer, in cui lei bacia la statua di un santo di colore, non viene visto di buon occhio nemmeno dalla Santa Sede: non a caso il Vaticano ‘impedirà’ a Madonna di recarsi in Italia, censurando i suoi videoclip.
Madonna è cinica, stronza e dissacrante, e questo il pubblico lo adorerà.

Gli anni ’90 sono i più variegati: si inizia col glamour hollywoodiano di Vogue, la più iconica delle canzoni, colonna sonora di Dick Tracy di Warren Beatty. Il successo del brano fu travolgente, lanciando in voga un ballo già diffuso nella subcultura gay di Manhattan, il voguing. Moviamenti delle mani intorno al viso, adottando attegimenti, sguardi e pose delle modelle, incitati dal motto ‘strike a pose!’. La Ciccone si esibì con Vogue agli MTV Video Music Awards di quell’anno con una scenografia in stile Marie Antoniette che fece grande scalpore.
I ’90 proseguirono con una svolta nell’immagine della postar di Baycity: il biennio 1992-1993 sarà quello più controverso della sua carriera. Escono infatti il libro erotico Sex , il film Body Of Evidence e l’album Erotica. Il libro, oggetto da collezione ormai fuori stampa, contiene foto che rappresentano le più recondite fantasie della cantante, tra cui sadomasochismo, omosessualità e ovviamente tante scene di nudo integrale. La pellicola fa guadagnare a Madonna il Razzie Award come peggior interpretazione dell’anno, e la critica in generale è tutt’altro che entusiasta del risultato.
Il disco, che si apre con la traccia omonima, dipinge la storia di Dita, una misstress sadomaso che insegna l’arte dell’erotismo attraverso la conversione del dolore in piacere. MTV lo relegherà alla programmazione notturna e l’album in generale non stupirà per vendite. La critica è feroce nel sentenziare: Madonna è in declino.
Fortunatamente la consacrazione da attrice arriverà nel 1996, con l’interpretazione di Eva Peròn nell’Evita di Alan Parker. Un Golden Globe ed un premio Oscar per la miglior canzone (You Must Love Me, di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber) aiutano Madonna a tornare sulla cresta dell’onda, rubando la parte ad artiste come la Streep, la Straisand e la Pfeiffer. Webber e Rice riveleranno in seguito di esser stati in ansia fino alla fine per la scelta: le doti vocali non sembravano all’altezza e quelle recitative uscivano da un periodo di grandi flop. La storia, e gli incassi, diedero ragione a Madonna.
Fine anni ’90: ennesimo cambio di stile. Esce Ray Of Light, trainato dall’omonimo singolo, e verrà ricordato da tutti come il migliore album di Madonna, quantomeno il più bello dai tempi di Like a Prayer. William Orbit produce il disco, orientato alle atmosfere techno ma allo stesse tempo introspettive. Cinque dischi di platino e tre Grammy apriranno il nuovo millennio.
Madonna è glamour, sexy e camaleontica, e questo il pubblico lo adorerà.

Anni duemila, ci avviciniamo ai giorni nostri. Si parte con Music, dove l’introspezione di Ray Of Light lascia al posto ad un album pop-dance (e se vogliamo anche un po’ country) che si rivelerà una macchina da copie, smerciando undici milioni di esemplari. Nel 2002 incide Die Another Day per il ventesimo 007, recitando anche un cammeo nel film: il brano riceve una nomination ai Golden Globe, lei l’ennesimo Razzie come peggior attrice.
Chiedete ad un qualunque fan di Madonna qual è il suo miglior album: levando sporadiche eccezioni, tutti vi risponderanno American Life. Aprile 2003, anticipato dall’omonimo singolo, esce l’album di Madonna che verrà ricordato come quello col peggior riscontro di vendite. Il primo video viene ritirato perché ritrae scene di guerra e morte durante una sfilata, e non serve a niente l’uscita del secondo singolo, Hollywood, per recuperare il danno: Madonna si era esposta troppo, ed il pubblico gliel’aveva fatta pagare. Performance memorabile di questo periodo è quella agli MTV Awards con Spears e Aguilera, in cui, uscendo da una torta nuziale sulle note di Like a Virgin, ‘sposa’ le due eredi vestite da lei. Come ogni matrimonio, la cerimonia finirà con un gustoso bacio saffico, del quale si è largamente parlato nelle settimane a venire. Il disco floppa clamorosamente, ma Madonna non si perde d’animo e prima fa una comparsa in Will & Grace, poi pubblica una raccolta di storie per bambini nel suo primo libro ‘Le Rose Inglesi‘.
Nel 2005 esce Confessions On A Dancefloor, capolavoro dance che spianerà la strada all’electro pop dei giorni nostri. Hung Up, Sorry, Get Together e Jump i singoli estratti, che grazie a video entrati nell’immaginario collettivo, garantiranno a questo disco sei milioni di copie smerciate solamente nei primi tre mesi. Madonna partirà col Confessions Tour (serie di show col maggior successo per un’artista femminile, record eguagliato solo da lei due anni dopo con lo Sticky And Sweet) dove porterà in scena glamour, sensualità, ma anche religione e politica: basti pensare a Live To Tell cantata su una croce di svarosky e Like A Virgin dedicata all’allora Papa Benedetto XVI. In questo periodo la Material Girl è inarrestabile: CD, tour, DVD, una linea di abbigliamento per H&M, partecipazione al Live Earth, performance di promozione in giro per il globo. Il flop di American Life viene presto dimenticato, e Madonna, a cavallato tra i primi e i secondi -anta, è la regina della dance.
Il ferro della dance si batte finché è caldo, e poco dopo esce Hard Candy, ennesimo album dalle sonorità discotecare che incendia i dancefloor di mezzo mondo, senza convincere la critica, che lo accuserà di essere un album pop senza troppe pretese. Sarà la base dell’ottavo tour mondiale, lo Sticky And Sweet.
Pochi mesi poco uscirà il terzo ‘best of’, Celebration, trainato dall’omonimo singolo di lancio.
Madonna è politicamente scorretta e introspettiva, ma sa ancora come divertire e divertirsi, e questo il pubblico lo adorerà.

Gli anni ’10 vedono la pubblicazione del terzo album dance consecutivo, MDNA, che senza infamia e senza lodi (e soprattutto senza il benché minimo straccio di promozione) porta a casa quasi due milioni di copie. Sarà il punto di partenza dell’MDNA World Tour, che sancisce una sacrosanta verità: il punto forte di Madonna sono i tour. Il disco non ha anima né personalità, fa scuotere i fianchi (grazie anche a scelte di produzione sapienti, e come Madonna nessuno sa scegliersi i collaboratori) ma senza troppi slanci. Convinzione condivisa infatti è che MDNA potrebbe essere benissimo un disco di una qualsiasi Miley Cyrus, non della Regina in carica. Qualcosa inizia ad incrinarsi nella carriera di Madonna, o meglio, i graffi iniziano ad uscire maggiormente allo scoperto.
Ultimo capitolo di questo romanzo giallo che sono gli anni ’10 è forse in più controverso: Rebel Heart. Queen M è intenzionata a riconquistare il suo posto nelle classifiche ma soprattutto nell’immaginario collettivo. Dopo l’assenza di promozione che ha contraddistinto l’era MDNA, il ritorno sulle scene prevede un’esposizione mostruosa, ospitate TV in Europa e partecipazione ai due eventi musicali più in vista dello scenario musical-televisivo, Grammys e Brit Awards. Il risultato di tutto il periodo promozionale è drammatico: il disco (qualitativamente ottimo, il più bello da Confessions On A Dancefloor del 2005 a detta di molti) si arena a 750.000 copie, un nulla rispetto a parentesi anche meno felici del passato, l’esibizione del primo, meraviglioso, singolo Living For Love dei Brit Awards la vede cadere rovinosamente dal palco, la scelta dei singoli è fallimentare, e soprattutto il disco viene leakkato con mesi di anticipo, creando grande attesa ma uccidendo commercialmente tutto il progetto. Inoltre, se solitamente al disastro discografico fa scudo il successo travolgente del tour, anche la serie di show prevista per sostenere questo tredicesimo studio album subisce un forte ridimensionamento: dopo un decennio si abbandonano gli stadi e si torna nei palazzetti. Va dato atto però a Madonna – e al suo entourage – di aver creato una scaletta orientata al suo pubblico più agée che vede oltre la metà dei brani previsti della prima parte della sua carriera, consapevole forse di dover coccolare i fan della prima ora piuttosto che le nuove leve distratte dalle sensation pop a loro più contemporanee.

Tornando alla dittatura di cui sopra, il marines Madonna ha dovuto assistere ad una innegabile parabola discendente negli ultimi anni, e non solo per le poche copie smerciate di ogni lavoro. Pubblico e critica sono d’accordo: gli attacchi politici sono diventate prediche, la sensualità è diventata ridicola, la tenacia si è trasformata in mania e il talento ha lasciato il posto all’immagine. La figura di carismatica e ambiziosa artista ha fatto spazio a quella di cinica stronza perfezionista, malata del controllo, macchina da soldi alimentata dal Dio marketing, iconica ma gelida, non più ambiziosa ma semplicemente e volgarmente arrivista. L’opinione pubblica ha cominciato a non perdonarle la vicenda dei figli ‘rubati’ dal Malawi, il naufragio di entrambi i matrimoni, la figlia avuta col personal trainer, le foto provocanti su Instagram, i fidanzati notevolmente più piccoli, l’ostentato giovanilismo reputato anacronistico per l’età anagrafica, la tenacia – seppur ammirevole – con cui negli anni ha cercato di ‘darsi un tono’ tra recitazione e regia. Anche il pubblico gay, da sempre grande sostenitore, inizia a vacillare, affascinato da un’altra leader altrettanto carismatica ma più giovane e più esposta: Lady Gaga.
Il colpo di grazia arriva quando BBC1, radio inglese tra le più importanti, lo scorso anno ha annunciato che non avrebbe trasmesso più Madonna perché troppo vecchia e con scarso appeal sulla fascia 14-18.

I consensi inziano a crollare e i dissidenti a farsi forti, e per quanto Madonna sia incontrovertibilmente la più inarrivabile delle dive, con influenze nella musica, nel cinema, nella moda e nella cultura del ventesimo secolo in generale, bisogna farci i conti: la concorrenza è spietata, i consumatori hanno affinato le loro proprietà selettive e il mercato musicale sta attraversando un evoluzione che richiede forte sprito di adattamento, sebbene quest’ultimo aspetto non dovrebbe spaventare la camaleontica artista che al grido di ‘Reinvent yourself!’ ha tirato su la più affascinante delle carriere.
Per questo ci chiediamo: ma secondo voi Madonna è ancora la regina del pop?

Gay Village torna dal 18 Giugno, intanto Top 5 delle sigle più belle.

18 Giugno 2015, segnatevelo sulle agende, torna il Gay Village di Roma. Se per qualche informazione in più dovremmo aspettare comunicati ufficiali, possiamo ingannare l’attesa con una serie di speciali dedicati alla kermesse estiva più amata da tutti i romani, gay e – negli ultimi anni – etero insieme.

Una delle cose che personalmente attendo di più ogni anno del Gay Village è la sigla, la colonna sonora che accompagna per tutta l’estate le serate di divertimento genuino che chi frequenta ‘er Village’ conosce bene. Se negli anni precedenti le sigle erano formate perlopiù da patchwork di spezzoni di clip di musica pop, negli ultimi anni – circa dal 2010 – sì sono trasformate in veri e proprio gioiellini di musica e fotografia, con loro concept ben definiti e tracce che riescono a camminare sulle loro gambe anche nelle chart dance. Il tutto condito dall’irresistibile fascino di quel ‘minimondo‘ di drag queen, DJ, dancers, vocalist, che infiammano il palcoscenico delle realtà LGBT invernali e che si ripropongono per una loro versione estiva, se possibile ancora più pazza e scatenata.

#5. Gay Village 2011

L’edizione numero dieci del GV ha portato con sé la sigla che mi piace di meno degli ultimi anni. Forse per la fotografia caotica e amatoriale, forse per l’imbarazzante inglese del siparietto iniziale ‘Are You Kidding?‘ o per le coreografie un po’ volgarotte di un Marco Garofalo forse non al top della sua forma, ma è la sigla che mi ha colpito meno. Un peccato perché è l’unica sigla nella quale la protagonista è la pazzesca drag singer Daniel De Co‘ (recuperate subito  la sua What A Feeling se non la conoscete!).

4. Gay Village 2012 – You’re My Disco

Barbara Tucker e Giangi Cappai alla guida della sigla dell’edizione numero undici, quella con una delle campagne pubblicitarie più di impatto di sempre. Infatti venne ‘distrutto’ un caposaldo della cultura machista italiana, il pallone, e i cartelloni rappresentavano un calciatore in calzettoni e tacchi. Nel video si vede un baldo giovane che prima dell’allenamento con gli amici del calcetto sta provando per uno spettacolo drag con La Pepa e gli altri.

#3. Gay Village 2014 – Play For Love

L’ultima sigla del Gay Village Stadium, quella dello scorso anno, che vedeva come tema lo sport. Infatti la sigla, girata nella cornice splendida dello Stadio Olimpico, vedeva due timide coppie di giovani ‘corteggiarsi’ durante una sessione di allenamento all’aria aperta. Sarà poi l’intervento degli inarrivabili Karma B, due cupidi moderni in piume e paillettes a unire i ragazzi. Di tracce ce ne sono state di più potenti, e le animazioni finali (Luxuria che accende una fiamma con le mani alzate non ve la posso proprio perdonare) penalizzano un po’ il tutto, ma resta una di quelle col messaggio più bello. Menzione d’onore per i due protagonisti, due manzi che levatevi proprio!

#2. Gay Village 2013 – Free Your Mind

https://www.youtube.com/watch?v=MAuxdg_uH

Il concept più bello, la canzone tra le più bella e una fotografia pazzesca. La sigla del dodicesimo Village è un manifesto visivo alla libertà e anche la canzone, interpretata da Kristine, Kevin DeLite, è una traccia validissima. Il video, in cui il ‘popolo’ è oppresso da uno scudo che reprime i comportamenti contrari al regime mi mette i brividi anche ora che lo rivedo, mentre scrivo questo post.

#1. Gay Village 2010 – You’re The Best

La prima sigla della ‘rivoluzione‘. Idea più simpatica e meno ‘impegnata’ della #2, ma quella della sfilata ‘occupata’ dal mondo Gay Village fu fantastica (poi erano gli anni del boom de Il Diavolo Veste Prada, e l’idea di questa Miranda Priestley rapita fu un colpo di genio), come l’idea delle sexy ballerine che danzano vestite da ‘sequestrate’. Con la partecipazione, tra gli altri, di Monique De Torbel, il video termina con l’equilibrio di questa sfilata piena di persone ‘perbene’ turbato da una passerella di veri e propri freaks, tra ballerine oversize, drag queen e il contributo finale – che fa sempre là differenza – dei Karma B.

We Are One: Pitbull, Jennifer Lopez, Brasile 2014 e l’occasione mancata di creare un tormentone

Premetto: la persona che scrive adora sia Jennifer Lopez che Mr. Worldwide. Non faccio a meno di shakerare i fianchi quando un video di Jenny from the block passa sulla defunta MTV , e ogni volta che sento Pitbull mi si sciolgono i collant dall’emozione. Se potessi gli farei battezzare i miei figli. Inoltre preferirei passare per narcotrafficante che per snob, quindi ben venga il pop commerciale che spacca le classifiche e riempie ore di programmazione radio.

Quindi vogliate immaginare la mia felicità quando ho saputo che il compito di comporre la colonna sonora di questi Mondiali di calcio, quindi l’unica cosa realmente mi interessa di un Mondiale di calcio, era stato affidato agli interpreti dell’immortale On The Floor. Immaginavo già le maracas, un ritmo incalzante, una coreografia stupidina da imparare, sole, mare: già stavo con la testa a Copacabana.
Poi sono passate le settimane e il brano, We Are One è uscito finalmente in rete: una ciofeca, una fetecchia. Una roba quasi inascoltabile. In confronto la scassaballe Waka Waka era Bohemian Rapsody dei Queen.

Cosa c’è che non va nella canzone? Iniziamo: il ritmo delle strofe è troppo cupo, quasi cattivo. Tutti ‘sti effetti vanno bene per una qualsiasi hit di David Guetta se vuoi fare il burino a Formentera, non per la canzone che per un’estate dovrebbe unire il mondo, cazzo. Pitbull fa Pitbull, si dimena, rappeggia qualcosa, insomma il solito. Jennifer Lopez non pervenuta. Mezza strofa, due tre strilli. Da ammettere che ‘fuerza, fuerza, come on sing with me!’ però mi coinvolge, ed è l’unica cosa che salvo della canzone insieme all’intervento della brasiliana Claudia Leitte. Finalmente si sente un accenno di sound carioca, poi il portoghese lo trovo trascinante come poche altre cose al mondo e quindi va bene. La canzone scivola via, per carità, ma se penso a La Copa De La Vida di Ricky Martin mi viene da piangere. Non c’è coinvolgimento, non c’è un ritornello catchy, il testo è di una banalità allucinante. Però solitamente quando le canzone sono debolucce, un buon video può aiutare: ecco, non è il caso di We Are One.

Il video forse è peggio della canzone. Non speravo in un Thriller o in una pippa concettuale tipo i video di Lady Gaga; no sottotesti, no significati nascosti sull’essenza umana o la precarietà del creato, volevo solo un bel video glamour. Invece niente, l’unica cosa è che la canzone utilizzata è un remix impreziosito da effetti messi sostanzialmente messi a cazzo ma che almeno un minimo richiamano al Sudamerica. Il video è il solito mappazzone di: stralci di video di altri mondiali, bambini del paese di riferimento che giocano a pallone, quindi l’abusato accostamento sogni infantili-leggende del calcio, e due tre paesaggi. Carina solo l’idea della partitella nella favelas sotto casa che finisce coi bambini che sollevano una coppa intagliata nel legno.
Lo statico Pitbull continua a fare Pitbull, Jennifer Lopez riesce a non essere manco bona, incredibilmente, e la già apprezzata Leitte viene bocciata: gioca a fare la JLo ma se se fa un’altro ritocco diventa cinese, visto che gli occhi le stanno migrando sulle tempie. E vabbè, manco il video passa. Sicuramente l’esibizione ai Billboard Music Awards aiuterà definitivamente, mi son detto.

Peccato che i backdrop (i video che fanno da sfondo e che accompagnano la performance) siano stati fatti col ‘Paint’ di Windows 98 e che la Lopez, vocalmente ineccepibile come sempre, abbia provato sei minuti prima della diretta la complicata coreografia che la dovrebbe far interagire con le immagini dietro. Pitbull, manco a dirlo bofonchia qualcosa vestito da Pitbull e la donna gatto brasiliana entra, consapevole che i Billboard Music Awards li ha visti quest’anno e li rivede col cazzo a breve, insieme a due viados che-fanno-tanto-Carnevale-de-Rio-signora-mia.

Un’occasione mancata, persa, bruciata per sfornare un tormentone: We Are One tormenta, ma nell’altro senso. Non c’è niente che ti entra nelle vene, cosa che aveva la già citata canzone di Shakira. Paradossalmente la sua ‘Dare (La La La) pubblicità di Activia – sì, lo yogurt col bifidus – era più indicata. Peccato.