Standing Ovation: un Ti Lascio Una Canzone che vorrebbe elevarsi a talent ma è una messa cantata di casi umani

Il ritorno di Antonella Clerici nella fascia più ambita del palinsesto avrebbe dovuto essere accompagnato da uno show adeguato al compito, che valorizzasse la ‘leonessa in gabbia’ del servizio pubblico restituendole il prestigio dei suoi vecchi spettacoli: descrizione che però non calza suStanding Ovation, il nuovo programma di Rai 1 che la vede padrona di casa e che rappresenta l’ennesima occasione sprecata per la regina del mezzogiorno catodico.

Il concept di Standing Ovation è forte: l’idea di far cantare insieme genitori e figli dovrebbe garantire trasversalità al racconto, riuscendo a raggiungere un pubblico ampio e permettendo di poggiarsi su una galleria potenzialmente infinita di storie personali. Sulla carta, perché la messa in pratica è decisamente meno riuscita delle intenzioni.
Il primo grande limite sono i concorrenti: tralasciando il fatto che non siano emersi talenti grandiosi dal punto di vista strettamente artistico, il casting ha puntato tutto sulle storie e il trascorso, portando sul palco dieci storie che spaziano dalla ragazza madre al padre non vedente, passando per il ricongiungimento familiare. Una passerella di drammi che ha fagocitato il resto del programma, affrontati senza però avere la forza e il coraggio di entrare a fondo: i percorsi travagliati sono stati trattati marginalmente a fine esibizione, con un paio di domande dalla banalità sconcertante, giusto il tempo per preparare la prossima esibizione. In questo modo non è emersa né la musica né le storie, il people show è rimasto lasciato a metà e il talent ha perso di mordente e appeal.

Anche la giuria non ha aiutato a conferire ritmo allo show: commenti buoni e buonisti, un trionfo di ‘siete pronti per la carriera fuori da qui’, ‘mi siete arrivati’ e altre banalità che chi si nutre di talent show conosce bene. L’unica a graffiare è Loredana Bertè, che – pur in una versione edulcorata di sé – è riuscita a piazzare alcune stoccate, anche ai concorrenti più giovani, centellinando le ‘standing ovation’ e riuscendo a manifestare la sua personalità spigolosa anche di fronte ai piccoli talenti, senza troppe cerimonie. Romina Power è la più buona e la più materna del terzetto dentro la music box, in piedi praticamente per quasi tutte le performance, quasi a compensare l’avarizia di complimenti della rockstar vicina di bancone. Non pervenuto Nek, che ha passato più tempo a ribadire quanto i giudici dovessero essere impassibili anche davanti i bambini che ad esercitare in concreto il suo potere e il suo giudizio su di essi.

La scelta anacronistica di quasi tutti i brani in gara, grafiche e jingle da tardi anni ’90 e arrangiamenti da band del catechismo hanno condito l’ennesima promessa non mantenuta di Rai 1, portata avanti strenuamente dal soldato in trincea Clerici, che condurrebbe con l’entusiasmo di una principiante e la professionalità della più navigata delle presentatrici anche le previsioni del tempo. L’ennesimo boccone amaro per una pasionaria del piccolo schermo che fatica a trovare il suo posto nelle parti alte del palinsesto e che soffre la ritualità di un format ripetitivo nella struttura che non lascia spazio all’improvvisazione e all’intrattenimento più puro che l’esuberante presentatrice è solita maneggiare.

Standing Ovation contiene in sé diverse anime catodiche, senza riuscire a svilupparne una che gli conferisca identità e riconoscibilità nel mare magnum della televisione: c’è il mondo dei baby prodigi di Ti Lascio Una Canzone che però vorrebbe elevarsi a programma adulto, inserendo elementi di Got Talent senza però i talenti che animino il palco, e dove non arriva il talento ci sono le storie, cavalcate senza mordente e con una profondità di facciata che non permette l’empatizzazione.

Spazio di manovra per le prossime settimane c’è: la prima puntata ha tracciato diversi percorsi, ora bisogna sceglierne uno da battere.

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