57 anni di Louise Veronica Ciccone. Ma Madonna è ancora la regina del Pop?

Che lo vogliate o meno, è da oltre trenta lunghi anni che siamo sotto una dittatura. Una dittatura fatta di code alte, di reggiseni a punta, di croci in Svarosky, di fidanzati giovanissimi, di nei finti e spazi tra i denti, di cappelli da cowgirl e di body viola. È una dittatura silenziosa e subdola, che miete adepti accecati dalla venerazione, e che come ogni dittatura si è insinuata in un periodo di crisi sociale, visto che i chiassosi anni ’80 faticavano a sfornare un’icona universalmente apprezzata.

La dittatura pop che da trentatré anni ha plasmato la nostra cultura porta il nome di Madonna Louise Veronica Ciccone, per tutti solo  Madonna.

Andando indietro di poco più di tre decadi, proprio in questi giorni – precisamente il 27 Luglio – usciva ‘Madonna – The First Album‘, opera prima di questa giovane ragazza di Bay City, Michigan, terza di sei fratelli e con un po’ di sangue italiano nelle vene (i nonni erano di Pacentro, vicino L’Aquila). La storia di Madonna è piuttosto conosciuta: arriva diciannovenne a New York per studiare coreografia, con i soli, celebri, 35 dollari in tasca e, dopo aver provato i più diversi lavoretti che le garantissero almeno la sopravvivenza, provò a farsi notare dai produttori, catturando l’attenzione di Mark Kamins (Sire Records). In questo periodo inciderà Holiday, Everybody e Burning Up.
Proprio il successo di Everybody, trasmessa a manetta da radio e MTV (e complice la credenza generale che l’artista in questione fosse di colore, per il timbro della voce) garantirono a ‘Madonna‘, primo album omonimo del 1983, di portare a casa cinque dischi di platino, spianando la strada alla più influente delle artiste.
Madonna è ambiziosa, talentuosa e ostinata, e questo il pubblico lo adorerà.

Il trentennio a seguire è storia. Gli anni ’80 vedono la pubblicazione di Like a Virgin, Who’s That Girl?, True Blue e Like a Prayer. È l’era di Material Girl, La Isla Bonita, Into The Groove e Papa Don’t Preach, brani incastonati indelebilmente nella discografia di Madonna, che le saranno utili per rafforzare il suo status di Icona.
In questo periodo infatti lanciò la sua linea di abbigliamento low cost, Wazoo, disponibile nei grandi magazzini d’America, e che smuoveva massi di ragazzine disposte a tutto per assomigliare alla loro eroina. Quella che adesso sembra un’indegna accozzaglia di braccialetti in gomma, vistose collane e fiocchi per capelli era non solo la normalità, ma grande tendenza.
Accessorio di grande importanza fu il crocifisso, ‘sexy perché raffigura un uomo nudo‘, dichiarò Madge a Penthouse nel 1985. Certe dichiarazioni sacrileghe fecero storcere il naso a qualche benpensante, che non vedeva di buon occhio l’utilizzo di una simbologia sacra in un contesto decisamente profano come quello dello showbiz. Il video di Like a Prayer, in cui lei bacia la statua di un santo di colore, non viene visto di buon occhio nemmeno dalla Santa Sede: non a caso il Vaticano ‘impedirà’ a Madonna di recarsi in Italia, censurando i suoi videoclip.
Madonna è cinica, stronza e dissacrante, e questo il pubblico lo adorerà.

Gli anni ’90 sono i più variegati: si inizia col glamour hollywoodiano di Vogue, la più iconica delle canzoni, colonna sonora di Dick Tracy di Warren Beatty. Il successo del brano fu travolgente, lanciando in voga un ballo già diffuso nella subcultura gay di Manhattan, il voguing. Moviamenti delle mani intorno al viso, adottando attegimenti, sguardi e pose delle modelle, incitati dal motto ‘strike a pose!’. La Ciccone si esibì con Vogue agli MTV Video Music Awards di quell’anno con una scenografia in stile Marie Antoniette che fece grande scalpore.
I ’90 proseguirono con una svolta nell’immagine della postar di Baycity: il biennio 1992-1993 sarà quello più controverso della sua carriera. Escono infatti il libro erotico Sex , il film Body Of Evidence e l’album Erotica. Il libro, oggetto da collezione ormai fuori stampa, contiene foto che rappresentano le più recondite fantasie della cantante, tra cui sadomasochismo, omosessualità e ovviamente tante scene di nudo integrale. La pellicola fa guadagnare a Madonna il Razzie Award come peggior interpretazione dell’anno, e la critica in generale è tutt’altro che entusiasta del risultato.
Il disco, che si apre con la traccia omonima, dipinge la storia di Dita, una misstress sadomaso che insegna l’arte dell’erotismo attraverso la conversione del dolore in piacere. MTV lo relegherà alla programmazione notturna e l’album in generale non stupirà per vendite. La critica è feroce nel sentenziare: Madonna è in declino.
Fortunatamente la consacrazione da attrice arriverà nel 1996, con l’interpretazione di Eva Peròn nell’Evita di Alan Parker. Un Golden Globe ed un premio Oscar per la miglior canzone (You Must Love Me, di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber) aiutano Madonna a tornare sulla cresta dell’onda, rubando la parte ad artiste come la Streep, la Straisand e la Pfeiffer. Webber e Rice riveleranno in seguito di esser stati in ansia fino alla fine per la scelta: le doti vocali non sembravano all’altezza e quelle recitative uscivano da un periodo di grandi flop. La storia, e gli incassi, diedero ragione a Madonna.
Fine anni ’90: ennesimo cambio di stile. Esce Ray Of Light, trainato dall’omonimo singolo, e verrà ricordato da tutti come il migliore album di Madonna, quantomeno il più bello dai tempi di Like a Prayer. William Orbit produce il disco, orientato alle atmosfere techno ma allo stesse tempo introspettive. Cinque dischi di platino e tre Grammy apriranno il nuovo millennio.
Madonna è glamour, sexy e camaleontica, e questo il pubblico lo adorerà.

Anni duemila, ci avviciniamo ai giorni nostri. Si parte con Music, dove l’introspezione di Ray Of Light lascia al posto ad un album pop-dance (e se vogliamo anche un po’ country) che si rivelerà una macchina da copie, smerciando undici milioni di esemplari. Nel 2002 incide Die Another Day per il ventesimo 007, recitando anche un cammeo nel film: il brano riceve una nomination ai Golden Globe, lei l’ennesimo Razzie come peggior attrice.
Chiedete ad un qualunque fan di Madonna qual è il suo miglior album: levando sporadiche eccezioni, tutti vi risponderanno American Life. Aprile 2003, anticipato dall’omonimo singolo, esce l’album di Madonna che verrà ricordato come quello col peggior riscontro di vendite. Il primo video viene ritirato perché ritrae scene di guerra e morte durante una sfilata, e non serve a niente l’uscita del secondo singolo, Hollywood, per recuperare il danno: Madonna si era esposta troppo, ed il pubblico gliel’aveva fatta pagare. Performance memorabile di questo periodo è quella agli MTV Awards con Spears e Aguilera, in cui, uscendo da una torta nuziale sulle note di Like a Virgin, ‘sposa’ le due eredi vestite da lei. Come ogni matrimonio, la cerimonia finirà con un gustoso bacio saffico, del quale si è largamente parlato nelle settimane a venire. Il disco floppa clamorosamente, ma Madonna non si perde d’animo e prima fa una comparsa in Will & Grace, poi pubblica una raccolta di storie per bambini nel suo primo libro ‘Le Rose Inglesi‘.
Nel 2005 esce Confessions On A Dancefloor, capolavoro dance che spianerà la strada all’electro pop dei giorni nostri. Hung Up, Sorry, Get Together e Jump i singoli estratti, che grazie a video entrati nell’immaginario collettivo, garantiranno a questo disco sei milioni di copie smerciate solamente nei primi tre mesi. Madonna partirà col Confessions Tour (serie di show col maggior successo per un’artista femminile, record eguagliato solo da lei due anni dopo con lo Sticky And Sweet) dove porterà in scena glamour, sensualità, ma anche religione e politica: basti pensare a Live To Tell cantata su una croce di svarosky e Like A Virgin dedicata all’allora Papa Benedetto XVI. In questo periodo la Material Girl è inarrestabile: CD, tour, DVD, una linea di abbigliamento per H&M, partecipazione al Live Earth, performance di promozione in giro per il globo. Il flop di American Life viene presto dimenticato, e Madonna, a cavallato tra i primi e i secondi -anta, è la regina della dance.
Il ferro della dance si batte finché è caldo, e poco dopo esce Hard Candy, ennesimo album dalle sonorità discotecare che incendia i dancefloor di mezzo mondo, senza convincere la critica, che lo accuserà di essere un album pop senza troppe pretese. Sarà la base dell’ottavo tour mondiale, lo Sticky And Sweet.
Pochi mesi poco uscirà il terzo ‘best of’, Celebration, trainato dall’omonimo singolo di lancio.
Madonna è politicamente scorretta e introspettiva, ma sa ancora come divertire e divertirsi, e questo il pubblico lo adorerà.

Gli anni ’10 vedono la pubblicazione del terzo album dance consecutivo, MDNA, che senza infamia e senza lodi (e soprattutto senza il benché minimo straccio di promozione) porta a casa quasi due milioni di copie. Sarà il punto di partenza dell’MDNA World Tour, che sancisce una sacrosanta verità: il punto forte di Madonna sono i tour. Il disco non ha anima né personalità, fa scuotere i fianchi (grazie anche a scelte di produzione sapienti, e come Madonna nessuno sa scegliersi i collaboratori) ma senza troppi slanci. Convinzione condivisa infatti è che MDNA potrebbe essere benissimo un disco di una qualsiasi Miley Cyrus, non della Regina in carica. Qualcosa inizia ad incrinarsi nella carriera di Madonna, o meglio, i graffi iniziano ad uscire maggiormente allo scoperto.
Ultimo capitolo di questo romanzo giallo che sono gli anni ’10 è forse in più controverso: Rebel Heart. Queen M è intenzionata a riconquistare il suo posto nelle classifiche ma soprattutto nell’immaginario collettivo. Dopo l’assenza di promozione che ha contraddistinto l’era MDNA, il ritorno sulle scene prevede un’esposizione mostruosa, ospitate TV in Europa e partecipazione ai due eventi musicali più in vista dello scenario musical-televisivo, Grammys e Brit Awards. Il risultato di tutto il periodo promozionale è drammatico: il disco (qualitativamente ottimo, il più bello da Confessions On A Dancefloor del 2005 a detta di molti) si arena a 750.000 copie, un nulla rispetto a parentesi anche meno felici del passato, l’esibizione del primo, meraviglioso, singolo Living For Love dei Brit Awards la vede cadere rovinosamente dal palco, la scelta dei singoli è fallimentare, e soprattutto il disco viene leakkato con mesi di anticipo, creando grande attesa ma uccidendo commercialmente tutto il progetto. Inoltre, se solitamente al disastro discografico fa scudo il successo travolgente del tour, anche la serie di show prevista per sostenere questo tredicesimo studio album subisce un forte ridimensionamento: dopo un decennio si abbandonano gli stadi e si torna nei palazzetti. Va dato atto però a Madonna – e al suo entourage – di aver creato una scaletta orientata al suo pubblico più agée che vede oltre la metà dei brani previsti della prima parte della sua carriera, consapevole forse di dover coccolare i fan della prima ora piuttosto che le nuove leve distratte dalle sensation pop a loro più contemporanee.

Tornando alla dittatura di cui sopra, il marines Madonna ha dovuto assistere ad una innegabile parabola discendente negli ultimi anni, e non solo per le poche copie smerciate di ogni lavoro. Pubblico e critica sono d’accordo: gli attacchi politici sono diventate prediche, la sensualità è diventata ridicola, la tenacia si è trasformata in mania e il talento ha lasciato il posto all’immagine. La figura di carismatica e ambiziosa artista ha fatto spazio a quella di cinica stronza perfezionista, malata del controllo, macchina da soldi alimentata dal Dio marketing, iconica ma gelida, non più ambiziosa ma semplicemente e volgarmente arrivista. L’opinione pubblica ha cominciato a non perdonarle la vicenda dei figli ‘rubati’ dal Malawi, il naufragio di entrambi i matrimoni, la figlia avuta col personal trainer, le foto provocanti su Instagram, i fidanzati notevolmente più piccoli, l’ostentato giovanilismo reputato anacronistico per l’età anagrafica, la tenacia – seppur ammirevole – con cui negli anni ha cercato di ‘darsi un tono’ tra recitazione e regia. Anche il pubblico gay, da sempre grande sostenitore, inizia a vacillare, affascinato da un’altra leader altrettanto carismatica ma più giovane e più esposta: Lady Gaga.
Il colpo di grazia arriva quando BBC1, radio inglese tra le più importanti, lo scorso anno ha annunciato che non avrebbe trasmesso più Madonna perché troppo vecchia e con scarso appeal sulla fascia 14-18.

I consensi inziano a crollare e i dissidenti a farsi forti, e per quanto Madonna sia incontrovertibilmente la più inarrivabile delle dive, con influenze nella musica, nel cinema, nella moda e nella cultura del ventesimo secolo in generale, bisogna farci i conti: la concorrenza è spietata, i consumatori hanno affinato le loro proprietà selettive e il mercato musicale sta attraversando un evoluzione che richiede forte sprito di adattamento, sebbene quest’ultimo aspetto non dovrebbe spaventare la camaleontica artista che al grido di ‘Reinvent yourself!’ ha tirato su la più affascinante delle carriere.
Per questo ci chiediamo: ma secondo voi Madonna è ancora la regina del pop?

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3 pensieri riguardo “57 anni di Louise Veronica Ciccone. Ma Madonna è ancora la regina del Pop?

  1. No, non lo e’. Avrebbe dovuto, con classe, capire quando e’ stato il momento giusto per ‘fare altro’ nella vita, piuttosto che vedere questa indecorosa caduta. Sarebbe stato meglio ricordarla per il successo non per il declino

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  2. Madonna è la regina del pop e lo sarà per sempre. Perchè è stata la prima e resterà ineguagliabile. Nessuno vende più dischi, non solo Madonna. Ed è normalissimo che a quasi 60 anni il suo pubblico non puó essere composto da 14enni. Le icone restano tali per sempre. Non è che se Justin Bieber vende parecchio e il disco postumo di Michael Jackson ha venduto pochissimo toglie lo status di re del pop a Jackson in favore di Bieber, perchè non esiste il confronto. Lo stesso per Madonna e chiunque è
    arrivata dopo. Quasi un milione di copie per un album in rete gratis prima ancora di uscire mi sembra un buon risultato comunque. Bitch I’m Madonna ha 100 milioni di visualizzazioni. Qualcosa, insomma, riesce ancora a farla. E a quasi 60 anni sta per iniziare un tour che la porterà ovunque a fare cose che le ventenni non potranno mai fare. Rispetto per Madonna. Altro che parabola discendente. P.S.: MADONNA È IL SUO VERO NOME, PER GRAZIA! Solo in Italia si scrive ancora “Louise Veronica Ciccone in arte Madonna”…

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    1. Il suo vero nome è Madonna per carità, ma anche Louise Veronica Ciccone. E ‘in arte’ non lo ha scritto nessuno, non stiamo al Tg1 qui. E poi Madonna è anche la mia artista preferita, però se penso ai tempi di Confessions e vedo l’era MDNA c’è stato un calo, e ho l’onesta intellettuale – nonostante sia un fan – di affermarlo senza troppi isterismi.

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