Britney, ma se smetto di seguirti, would you hold it against me?

I titoli non sono il mio forte, tengo a precisarlo.
Essere fan di elloritney Spears non è mai stata cosa facile: il suo pop commerciale è sempre stato visto dalla critica musicale come il parmigiano sulla pasta al tonno, la sua condotta degli ultimi anni non è stata precisamente riconducibile all’ordine delle Carmelitane scalze, e se ci aggiungiamo che secondo la stampa e la TV italiana – citofonare Studio Aperto – Britney è ancora quella rasata, capite da voi che la più elementare azione di adorazione di un’artista è diventata uno slalom tra luoghi comuni, malinformazione e difesa strenua – e spesso forzata – dell’ideale massimo: il pop ci salverà tutti.

Crociata che dopo oltre quindici anni, otto (quasi nove) studio album e due best of, decido di interrompere in maniera ufficiale. Dichiaro conclusa la mia liaison con The Legendary Miss Britney Spears.

Saranno le mie quasi venticinque primavere che parlano per me, ma inizio a trovare inaccettabile la svogliatezza con cui la nostra bionda approccia alla sua carriera. Sono stanco di idolatrare un’artista in playback sul palco da così tanto tempo da non ricordare l’ultima volta che il microfono era realmente collegato ad un mixer, che sembra sempre aver imparato testo e coreografia tre minuti prima di salire on stage. Tante volte ho il dubbio che neanche lei sappia di stare in promozione con qualche progetto. Ogni intervista è un trionfo di ‘cool’, ‘amazing’, ‘very personal’, sorriso plastico, innegabile terrore negli occhi ogni volta che deve toccare o interagire con qualcuno. E le performance, rarissime – se si esclude la decisione di marcire a Las Vegas ed esibirsi per le vecchie ubriacone in pausa tra una slot e un jack black e i froci in pellegrinaggio da tutti gli States – non riescono mai a superare il paradigma ‘deambulazione semplice, what’s up everybody, toccata del microfono ad archetto, scuotimento di chioma bionda’. Movimenti random delle braccia, funzioni vitali delle gambe non pervenute, continua incertezza nei passi (non è raro vederla sbriciare quelli del corpo di ballo e imitarli goffamente). L’ultimo episodio ieri sera, ai Billboard, nell’esibizione più annunciata dell’anno e che non si è rivelata altro che una registrazione di giorni prima, resa digeribile da un sapiente lavoro di post produzione, in un insieme che è sembrato poco più di un saggio di fine anno di una scuole di danza qualunque di Kentwood. Un circo che ha fatto pensare al telespettatore più incallito: ‘quanto deve essere aumentato l’affitto della casa di Iggy Azalea per convincerla a fare tutto questo?’.

So come funziona il pop: la voce non è tutto, serve saper stare sul palcoscenico, ma al momento l’unico pregio di Britney Spears è quello di essere Britney Spears. Un nome che è un marchio, un’identità, ma anche una rovina. Le sue infime dote vocali non possono essere giustificate dalle ‘altre doti’, poiché non vanta né una presenza scenica ‘animale’, né un fisico invidiabile (saltiamo a pie’ pari le ipocrisie sull’anoressia promossa dal mondo dello spettacolo, perché lo sapete anche voi che una popstar non può avere i rotolini, neanche dopo due figli, e soprattutto se i figli sono in età da cresima). Sono assolutamente conscio dell’immenso patrimonio artistico che la bella cantante di Toxic ha apportato al mondo del pop; chi scrive è volato a Londra per vederla nel suo Circus Tour, ed è proprio per questo che fa male vederla così. Chi le vuole bene, come me, vorrebbe vederla finalmente realizzata in fare quello che le riesce meglio: la madre di due due splendidi bambini in un ranch della Louisiana, sempre tuta e mollettone, con frequenti pause da Starbucks per il suo litro e mezzo giornaliero di Caramel Mocha Macchiato Tall.

I più attenti potrebbero obiettare ‘e te ne sei accorto mo’ che è un cotechino con le extension?‘. Effettivamente l’ultimo accenno di salubrità mentale la Spears ce l’ha regalato nel – comunque orrido – momento My Prerogative. Quello che è venuto dopo è storia: la grande metafora dello showbiz che tutto regala e tutto toglie, la fidanzatina d’america strafatta di droga per cavalli che non permette alla polizia di portare via i figli, la rasatura ormai iconica, la ragazza della porta accanto che sfonda le macchine dei paparazzi a ombrellate. Il merito di quel momento, oltre all’umana sensazione di bene che provoca la morte sociale di un mito, un idolo col quale sei cresciuto, è che ci ha regalato il suo album più bello: Blackout.
Per questo, se nel periodo nero del 2007 la catena di solidarietà dei fan si è stretta attorno a lei, oggi, quasi dieci anni dopo – e tre CD mediocri – dalla ripresa, non le se può più perdonare la pressapochezza con cui approccia alla sua carriera. Meglio matta che approssimativa, meglio ancora sarebbe riposarsi un po’ e tornare tra un po’ di anni, lanciando una raccolta e promuovendola con ospitate autoreferenziali da Oprah o da Ellen.

Il rispetto del suo repertorio di inestimabile valore pop e il rispetto per i suoi fan, ai quali regala una copia sbiadita di quello che era, con singoli che non sfondano mai davvero né in radio e né in chart (Pretty Girls è mai, in qualsiasi altri universo parallelo, paragonabile a una Toxic o una Gimme More qualsiasi?) dovrebbero essere pertanto i due binari che accompagnano il fenomeno Britney Spears fuori dalle scene e verso la, più che meritata, pensione.

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