È tornato il Karaoke su Italia1: quattro buoni motivi per il quale ne avremmo fatto a meno

Qualora non ve ne siate accorti, sono tornati gli anni ’90. Il paradigma che vede i costumi e le tendenze di un decennio rivalutate dopo venti anni, e che negli anni ’00 ha permesso di riscoprire i plastificati eighties, si è abbattuto su di noi con una violenza tale da determinare e ridefinire i gusti in fatto di tendenza, musica, e ovviamente televisione.

E se l’operazione nostalgia è riuscita a Sky, che ci ha regalato un mese di Beverly Hills e Otto Sotto Un Tetto per promuovere il suo, per l’appunto, 1992, lo stesso non si può dire di Mediaset, che da questa settimana ha riproposto nel canale ggiovane del suo bouquet, in versione riveduta e corretta, il Karaoke che fu di Fiorello circa quindici anni fa.
Esatto, la Mediaset – e soprattutto l’Italia1 – che già negli ultimi lustri non ha brillato per innovazione ha deciso di buttarsi sul revival, profanando un cavallo di razza di quella TV commerciale, superficiale e caciarona che aveva fatto la fortuna di tanti.

L’operazione, sembrata ambiziosa e scellerata allo stesso tempo sin dall’inizio aveva destato più di un dubbio, rivelatosi poi legittimo. Anzi, ne ha sollevati parecchi:

– L’effetto ibernamento: il Karaoke sembra uscito direttamente dal 1995, ma non in positivo. Sembra un rvm scongelato, dove la sintassi del racconto non tiene conto che nel frattempo in tv è successo qualcosa, come ad esempio i talent, che hanno ridefinito le modalità di fruizione della musica nel piccolo schermo. C’è vintage di qualità e vintage antico e stantio, e il nuovo Karaoke attinge a piene mani dalla seconda categoria. Il padre di tutti i talent è diventato il nonno di tutti gli show.

– Il format: come detto rimasto invariato, senza nuovi guizzi, senza nuove idee, e non che in quasi vent’anni mancassero gli spunti di miglioramento, suvvia. È difficile che venga scovata la nuova Elisa, perché un giovane talento ha almeno altre tre vetrine, a tenersi stretti, sparse per Tv di Stato, commerciale e satellite per imporre il proprio discorso e non il quarto d’ora wharoliano di notorietà prima dell’ennesima replica di CSI. Il risultato è una fiera degli orrori di giovanotti annoiati di provincia, anziani in cerca di ribalta e casalinghe frustrate.

– La conduzione: Pintus non è Fiorello, e a ben pensare non si esagera nel sostenere che nessuno è come Fiorello, almeno in questo. Il paragone sarà ingeneroso ma è inevitabile se di decide di ricalcare uno stile da villaggio vacanze, onestamente obsoleto, che fece la fortuna del famoso codino, ma che in questo caso imbarazza addirittura lo spettatore. Risulta oscura quindi la scelta dell’ex Colorado, che porta a casa il compitino senza guizzi e che incassa così un altro duro colpo dopo la performance deludente di Sanremo.

– Collocazione spazio/tempo: la leggerezza di circa mezz’ora di show musicale, a meno che tu non sia il sempreverde Sarabanda (a proposito, ma riabilitare quello di show, recentemente osannato sui social dai nostalgici del genere? Moseca!) si confà al preserale estivo o quantomeno primaverile. La prima puntata in piazza, col (poco) pubblico coi maglioni e i cappotti pesanti ha conferito un sapore ancora più sciapo a tutto il piatto, che andrebbe consumato in piena estate come sottofondo mentre zio apre l’anguria in balcone e mamma condisce l’insalata di riso.

Sono bastate due puntate per massacrare l’antesignano di tutti i talent. Perché anche col trash si può intrattenere, anzi, è soprattutto con la leggerezza di trattengono le masse stanche da una giornata di lavoro e che in quello slot orario cercano di distrarsi lontano da talk strillati o ansiogene ghigliottine, e questo Italia 1 lo sa bene, avendo fatto di tale superficialità (benigna, per carità) la cifra stilistica di tutta la rete, persino del suo TG. Altri esperimenti riusciti in casa Berlusconi come Avanti Un Altro dimostrano che non servono le produzioni multimilionari di Sky per portare a casa un access prime time che non sia un accozzaglia di idee trapassate sul quale si pratica un immotivato accanimento terapeutico.

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