Rebel Heart, il nuovo album di Madonna – la recensione

rebel-heart-in-hand2Recensire il tredicesimo studio album di Madonna non è cosa facile: innanzitutto chi scrive pecca di obiettività quando si parla della Regina del Pop, con tutte le miopie che derivano dalla stesura di un testo critico nei confronti di una delle ultime leggende musicali viventi. Inoltre in questo caso c’è una difficoltà in più: riuscire a scindere il Rebel Heart ufficiale, quello che arriverà nei negozi i primi giorni di Marzo, e il progetto Iconic, quello ‘leakkato’ qualche mese fa. Due album uguali ma così diversi per arrangiamenti e sonorità che non possono fare a meno di scatenare confronti e paragoni.

La nascita (travagliata) di Rebel Heart è cosa nota: nelle scorse settimane sono uscite tantissime tracce rubate dai computer della Ciccone e dei suoi collaboratori. Il lavoro è stato universalmente apprezzato sui social, contrariamente da quanto accade spesso (tanto da spingere i più maligni a pensare che sia stata tutta una trovata commerciale del team di Madonna per ‘tastare il terreno’ sul nuovo materiale). Per tentare di salvare il salvabile sono state pubblicate 6 tracce su iTunes, tutte con un incredibile riscontro commerciale worldwide, tra le quali il lead single.

Il disco si apre quindi proprio con singolo di lancio, Living For Love, un gustoso pezzo dance con cori dal sapore epico, il tutto condito dal sound anni ’90 che Kiesza ha riproposto e sdoganato quest’estate. Brano elegante ma ritmato, una dance signorile che fa ballare ma non trascura le lyrics, il miglior singolo di traino di Madonna dal 2005, quando Hung Up aprì l’album più fortunato della sua carriera, sicuramente tutto un altro pianeta rispetto al compitino portato a casa tre anni fa, quando incise l’infame Give Me All Your Luvin’ ad esclusivo uso e consumo del Super Bowl che l’avrebbe vista esibirsi dopo poco.

Il ritmo cala e si fa cupo per le tracce 2 e 3 dell’edizione standard: Devil Pray, un sapiente mix di oriental e dance raffinata, come nella tradizione del produttore Avicii, condito da un testo socialmente impegnato in pieno stile Madonna (si parla di droga), e la prima ballad-capolavoro del disco, Ghosttown (che come annunciato nell’intervista italiana da Fabio Fazio sarà il secondo singolo, dal 13 Marzo nelle radio).

Si apre così la parte più movimentata e controversa del disco: traccia numero 4 è quella velatamente reggae di cui parlava il produttore Diplo nelle fasi di produzione, Unapologetic Bitch, ritmo incalzante e ritornello catchy che però non lasciano il segno, passando il testimone al primo ‘caso del disco’: Illuminati. Questo brano, in cui si scherza sulla setta della quale farebbero parte le personalità più influenti del mondo, è stata la prima vittima sacrificale del lavoro di perfezionamento del disco; la versione demo era molto più movimentata, un’uptempo dance pazzesca che era già diventata iconica tra i fan, ma che è stata completamente snaturata (e rallentata) nel post-produzione. Ovviamente si fa ascoltare, ma è uno di quei tre casi del disco (tra cui la title track relegata a fine disco) in cui non si può fare a meno di pensare alla versione demo, in quella raccolta che pare sia stata manomessa per evitare il tracollo commerciale e distribuita in una versione forzatamente riveduta e corretta. Come a dire ‘il disco era bell’e pronto, ma siccome ho detto che era solo grezzo per non rischiare il flop qualcuna la accelero e qualcuna la rallento’, ma senza una reale cognizione di causa, e senza l’accurato lavoro di editing che ci si aspetta dalla più perfezionista delle pop divas, visti i nuovi tempi, strettissimi, che il leak ha dettato.

La sesta traccia è il momento più imbarazzante dell’intero disco, Bitch, I’m Madonna, ovvero il nuovo e assolutamente non richiesto duetto con la sensation dell’hip hop a stelle e strisce Nicki Minaj: testo che rimanda alla fase ‘tardona dance’ che speravamo chiusa con MDNA (dove si gioca ancora sulla supremazia della Ciccone sulle altre artiste, come se servisse sottolinearlo) e sonorità contorte per un brano che si fa ricordare per la sua bruttezza. Si procede coi ritmi velatamente epici e con un pizzico della nuova Gwen Stefani di Hold Tight (niente di memorabile, sia chiaro) e si arriva così ad un’altra delle tracce più affascinanti, la numero 8, Joan Of Arc: mid-tempo incredibilmente intimista e personale in cui emerge la parte ‘heart’ della doppia natura che il titolo del disco suggerisce. Rispetto alla demo è stata velocizzata e resa più ‘pop’, ma questo non è stato necessariamente un male. Intermezzo piuttosto inutile Iconic, la traccia rap che vede l’intervento di Mike Tyson, che però lascia il campo ad un ennesima ballad struggente, la bellissima HeartBreakCity, dedicata ad un amore finito.

Con Body Shop entriamo nel momento ‘minoranza etnica del disco’, infatti si fa largo tra la melodia un banjo. È la canzone meno contemporanea del disco, ma comunque non la più brutta, un filler in mezzo a tanta, tantissima abbondanza.

Il lato ‘rebel’ torna prepotente con Holy Water, dove si parla di sesso orale (con un testo non propriamente aulico, ‘bitch, get off my pole’) con un ritmo accattivante; l’omaggio auto-referenziale alla strofa di Vogue è già candidato ad essere uno dei momenti più iconici dell’intero disco.

Impennata di pathos erotico per Inside Out, gustoso pezzo anni ’80 che ‘arriva’ al primo ascolto e dove viene valorizzata la voce di Miss Ciccone e che lascia spazio al secondo ‘caso’ del disco, Wash All Over Me; come per Illuminati in questo caso il lavoro di post-produzione ha completamente stravolto il brano per come era stato proposto nella meravigliosa versione demo, e in alcuni aspetti peggiorato. È stato completamente ‘deavicizzato’ e da perla dance è diventata un lento minestrone di suoni ed effetti che eclissano la performance vocale della sua interprete.

Termina qui la versione standard. Il disco è poi disponibile nella versione deluxe che, oltre la title track inspiegabilmente tralasciata a fine disco (e per questo sarà praticamente impossibile vederla pubblicata come singolo) non regala capolavori intrascurabili, tutt’altro.

Rebel Heart è sicuramente blockbuster pop, dove la quantità delle tracce non scalfisce minimamente la qualità complessiva, ma si sente la mancanza di momenti iconici come furono Hung Up, Ray Of Light o Vogue. Grande pregio però di questo disco è quello di essere concettuale come fu Confessions On A Dancefloor e l’incompreso precedessore American Life, quello di avere una struttura, un’ ‘anima’, che mancavano sicuramente in MDNA (col quale ha però alcune linee di continuità). È un album maturo come la sua interprete che ha finalmente smesso di fare la ragazzina, nonostante si sia contornata dei DJ e i producers EDM più amati dai giovani, ma che è stata in grado di reinterpretare tutto in chiave intimista come non si vedeva da tempo per fare un regalo ai suoi fan. Infatti le lyrics, oltre alle parentesi ‘bitch’ e ‘Holy Water’, scanzonate e profane, viaggiano sul doppio binario della  sofferenza e della ritrovata consapevolezza di sé.

La parte ‘Heart’ travolge completamente quella ‘Rebel’ (che regala comunque spunti interessanti dal punto di vista della pura fruizione ‘discotecara’) dimostrando ancora una volta che capacità vocali e autorali di un’icona pop che da circa dieci anni non faceva parlare di sé per i propri lavori quanto per gli scandali, dimostrando che non servono canzoni come il duetto con Nicki Minaj per ribadire di essere la Regina.

In mezzo ad un menù così nutrito è difficile affrontare il discorso singoli: il disco è pieno di pezzi validi, praticamente oltre la metà delle ballad è migliore di quanto Miss Ciccone abbia fatto negli ultimi due capitoli urban/dance della sua discografia, ma di prettamente radiofonico come Living For Love c’è poco; o meglio, c’è Bitch, I’m Madonna, ma è uno scenario a cui non vorremmo neanche pensare.

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