il mio #sanremo2015, pagellone e considerazioni finali

Ed è col tradizionale appuntamento dello speciale Domenica In che si chiude la 56esima edizione del Festivàl, il più nazional popolare degli eventi televisivi. Il Sanremo della ‘restaurazione’, il Sanremo a polemiche-zero, quello della consacrazione di Carlo Conti, ma non solo.

Ecco il mio personale pagellone di fine-Festival.
Carlo Conti: (8). Sicuramente il grande maestro di cerimonia, l’uomo che ha raggiunto numeri da fuoriclasse come non se ne vedevano da dieci anni, il rottamatore a cui va tutto il merito di aver rinvigorito questo vecchio carrozzone. L’ansia da prestazione (e da ascolti) diventa sicuramente marginale quando sei in video 365 giorni l’anno, festivi inclusi, ed è stata forse questo a favorire la dimensione familiare che Conti ha generato. La sua conduzione sussurrata, senza sbavature, certo senza picchi, ma sicuramente genuina e rassicurante ha convinto il pubblico in maniera trasversale, pubblico conquistato anche grazie ad un sapiente mix di ospiti pop, radical, gay friendly, giovani e meno, che ammiccassero alle nuove generazioni senza sconvolgere le prime file storicamente composte da mummie dell’Ariston.
Una conduzione come detto sobria, da tutti i giorni, ogni tanto al limite dello statico, tanto da aspettarsi ad un certo punto la ghigliottina come un’Eredità qualunque, però sicuramente il segreto del successo che nessuno, nemmeno ai vertici Rai, si aspettava.
Infatti, in ultima istanza, andrebbe sfatato il mito di ‘Carlo Conti nuovo Pippo Baudo’ come si è detto spesso in settimana, perché non è così. Conti ha portato a casa una conduzione meno autoritaria, meno cerimoniosa, meno maschilista. Il Carlo Conti di queste cinque sere è solamente un altro Carlo Conti, nuovo, e questo non è necessariamente un male, anzi.
Le donne dell’Ariston: (6). È difficile dare un voto per tre profili così diversi, ma proviamo a elencare pro e contro delle co-conduttrici (non chiamatele vallette!). Emma è stata una piacevole sorpresa, spesso ruvida nei modi, con un italiano non perfetto, ‘camionista’ come ci ha abituato nella sua gloriosa seppur breve carriera, ma genuina e diretta. Senza gobbo era persa, ha obiettato qualcuno, ma è pur vero che ci sono conduttrici, che fanno questo di mestiere e da anni che ancora non sanno andare a braccio, quindi la mancanza è risultata più che perdonabile. Arisa è rimasta ancora vittima della sua goffaggine, che i primi tre minuti è simpatica, dopodiché è imbarazzante anche per chi segue da casa. Iconico il momento ‘anestetico’, ma per il resto una sfilza di uscite fuori luogo che hanno fatto sbiancare, nel limite del possibile, più di una volta il conduttore.
Memorabile però il duetto sulle note de Il Carrozzone, a riprova del fatto che forse dal punto di visto canoro si sarebbe dovuto osare un po’ di più. Rocìo non pervenuta. Messa lì perché una bbona serve sempre, ‘fa tradizione’, ci fa chiedere: ‘possibile che non ci fosse niente di meglio in circolazione?’.
Il Volo: (6). Il risultato che più di qualcuno temeva. Gli outsiders lanciati da Mamma Rai che hanno fatto il giro del mondo e tornano a casa, gli enfant prodiges della Clerici sconosciuti ai più che sbancano. Era nell’aria già dalla seconda serata, trionfo doveva essere e trionfo è stato. Però non lasciamoci ingannare dalla carriera all’estero del terzetto: bei visini, belle voci, ma questa non è lirica né tantomeno opera. È pop con due giri armonici dal vago sapore epico, non è Bocelli, non è Placido Domingo. È l’immagine che il mondo si ostina a vedere dell’Italia, e che quindi sarà la chiave della vittoria all’Eurovision. Testo banalotto, ma indubbiamente in pieno stile sanremese. I ‘giovani vecchi’ vincono ma non convincono.
I look (7) e il caso Tatangelo: sebbene il livello generale sia stato incredibilmente sopra la media, nessun outfit orrido, nessun look al limite della denuncia, hanno spiccato per eleganza Nina Zilli e Anna Tatangelo (e Grazia De Michele la prima sera). E visto che l’abbiamo tirata in ballo non si può non gridare allo scandalo vedendo la signora D’Alessio neanche alla fase finale: il brano sicuramente non avrebbe cambiato le sorti della musica italiana, per carità, ma in gara c’era molto di peggio. Anna è ancora vittima del pregiudizio dei media per colpa di un marito così ingombrante, che oscura le doti canore innegabili. Ed è un peccato.
Gli ospiti: 8. Un immenso Tiziano Ferro ha aperto la manifestazione e così anche la passerella dei superospiti musicali. Sempre più Massimo Ranieri da giovane, ha visto su quel palco (come se servisse) la grande consacrazione che già aveva nelle classifiche e nei cuori di chi lo segue. Meno incisivo Antonacci, imbarazzante la Nannini, che ha sbagliato l’attacco come neanche all’ultimo casting dell’ultimo talent succede. Gli ospiti stranieri li ricorderemo per le grandi lezioni di umiltà che ci hanno lasciato, Will Smith e Charlize Theron su tutti. La musica internazionale è difficile da criticare (Ed Sheeran, Saint Motel e Imagine Dragons sono tutti nella Top 10 dei singoli più venduti). Onestamente evitabile la reunion di Albano e Romina. Evidentemente insofferenti l’uno dell’altro, nonostante il gettone di presenza sicuramente sostanzioso. Esperimento ‘tutti cantano Sanremo’ riuscito in parte: top i momenti ‘pop’ come Bastianich, ma anche il dottore guarito dall’Ebola, flop la famiglia Provvidenza e il playback della Cristoforetti.
Per quanto riguarda il caso Wurst non dovrebbe lasciare interdetti il fatto che Conti si sia rivolto all’artista con Tom (un lapsus, e poi è il suo vero nome comunque), quanto l’orario di trasmissione. Tanto valeva non invitarla proprio.
I fuoriclasse: personalmente le performance che ho preferito sono state quelle di Chiara, che pensavamo ‘bruciata’ con la scorsa partecipazione e votata alla causa dei ‘telefonini’, tornata sul palco con una nuova consapevolezza, Nina Zilli, elegante performer non un brano non eccelso (niente a che vedere con ‘Per Sempre’ di qualche anno fa) ma affascinante e travolgente, Lorenzo Fragola. L’eX-Factor ha giovato di un producer di razza che è riuscito a creare un’identità definita nonostante la brevissima carriera, con un influenza che appare anche nel testo del brano. Inarrivabile quanto a classe Malika Ayane, interprete sempre di brani sopra la media che però non riescono mai a vincere, e questa edizione non fa eccezione.
Le rinascite: sono tanti gli artisti che hanno avuto una fortuna travolgente nella seconda metà degli anni novanta e i primi anni zero, ma che non brillavano da un po’, e in questo Festival sono emersi Nek, vincitore morale che sta vivendo una seconda celebrità, Gianluca Grignani,con un pezzo sporco ma orecchiabile e Marco Masini, voce indimenticabile del suo tempo ingiustamente fuori dai giochi che contano per troppi anni, ma anche (seppur in misura minore) Raf, Alex Britti e Irene Grandi. In questo grande purgatorio sanremese vanno anche i talent ‘vorrei ma non posso’ come Dear Jack, Moreno e Annalisa, tre occasioni sprecate con brani forse non all’altezza.
I flop: falliti miseramente gli esperimenti Lara Fabian, tradita da un fanbase praticamente inesistente in Italia, e da una dizione che ha permesso di capire una parola su tre del suo comunque non eccelso brano, e i duetti: testo impegnato ma performance vocale di scarsissima qualità per Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, e Biggio e Mandelli, sui quali era legittimo essere scettici sin dall’annuncio e che non hanno fatto cambiare minimamente idea, anzi. Trascurabilissimi anche Bianca Atzei e Nesli.
I comici(5): forse la grande pecca di questa edizione. Si è partiti con Siani (5): il problema del suo intervento non è stata la (seppur imbarazzante) battuta al bambino sovrappeso, quanto il monologo stesso. Le freddure sulla statura di Brunetta e sulla Salerno – Reggio Calabria? Veramente? Forse a Zelig dieci anni fa. Idem per Pintus, Cirilli e Panariello. Sorpresa positiva I Boiler e Rocco Tanica, con interventi geniali sempre sul filo del non-sense e ovviamente Virginia Raffaele (8), che per chi la conosce una sorpresa non è.
Le cover (5): una serata andrebbe eliminata di netto, reintroducendo i duetti di qualche tempo fa, decisione alimentata dal livello generalmente imbarazzante della serata. Hanno spiccato Se Bruciasse La Città di Nina Zilli, Vivere di Malika Ayane, Dio Come Ti Amo della Tatangelo, mentre la vincitrice della serata, Se Telefonando versione rock dei giorni nostri by Nek non ha reso la giustizia che l’immensità del capolavoro scritto da Maurizio Costanzo meritava.
Scenografia e regia (7): palco hi-tech e multifunzionale che non fa rimpiangere i fasti di Gaetano Castelli, se non fosse per l’assenza di una vera grande scalinata. Apprezzabile la trovata del tappeto rosso registrato un’ora prima della prima serata e la criticatissima lunga anteprima che però è servita anche a conoscere meglio i concorrenti meno noti. La vera rivoluzione del festival però è stata la gara delle Nuove Proposte in access prime time – prima serata, una nuova forma di comunicazione che si spera resterà tale nelle prossime edizioni, Carlo Conti o meno.
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3 pensieri riguardo “il mio #sanremo2015, pagellone e considerazioni finali

  1. Volevo spendere due parole in merito alla battuta di Siani sul bambino obeso.
    Prima di tutto, vicenda e il fermento mediatico che ha provocato confermano che il problema dei limiti della satira e della libertà di espressione è un tema estremamente attuale.
    In secondo luogo, ritengo che quella battuta potrebbe avere effetti devastanti sul fenomeno del bullismo, che ha proprio nei bambini obesi uno dei suoi bersagli preferiti. Chi non è ancora bullo potrebbe diventarlo per emulare Siani, chi lo è già potrebbe sentirsi legittimato, potrebbe dirsi: “Vedi che non c’è nulla di male? Lo fanno anche a Sanremo!”
    Comunque, appare abbastanza chiaro che la carriera di Siani è finita a Sanremo, come quella di Paolo Ruffini è finita la sera dei David di Donatello. Sono stati due spettacolari suicidi mediatici.
    I bambini non si toccano: è uno dei più elementari principi di civiltà, che il cattivo e meschino Siani evidentemente ignora.

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