Il fascino discreto della notte delle streghe: elogio ad Halloween.

C’è un’abitudine tutta italiana che trova nelle feste ‘folcloristiche’ e di costume, tutta la sua ragion d’essere: l’immenso ed irrinunciabile gusto di criticare aprioristicamente tutto quello che è contaminazione, innesto, mescolanza, tutto quello che non viene dal proprio campanile.
Quindi capirete che occasione ghiotta quella di Halloween per i nazionalisti dell’ultima ora per riversare il loro astio verso la più horror tra le notti.

‘Halloween non è una festa italiana, perché dovremmo festeggiarla?’ sostiene col piglio polemico la fornaia, ‘È spaventose e malvagia’ afferma terrorizzata la mamma in fila davanti la posta, ‘Incoraggia il demonio!’ dichiara allarmato quello del terzo piano. Banalità e luoghi comuni da bar dello sport che non fanno altro che alimentare il paradosso che ci vede esterofili per certe cose, ma tanto, tanto provinciali per altre.

Quindi il nocciolo del problema quale sarebbe? Le contaminazioni americana? La stessa che ci permette di seguire American Horror Story e Glee, di mangiare al McDonald’s e bere Coca Cola? Allora ricominciamo a mangiare tiramisù e millefoglie anziché improvvisarci cake designer di torte a tre piani che non sanno di plastica, scimmiottando i compleanni delle capricciose sedicenni di MTV; torniamo a gustarci una fiorentina anziché cedere al fascino degli hamburger grondanti delle steakhouse. Anzi, ve la faccio ancora più tragica: torniamo al protezionismo e buonanotte. Embargo, come Cuba. Basta macchine giapponesi, mobili svedesi, elettrodomestici tedeschi. Andrebbe bene?

Negli ultimi anni la festa ha preso sempre più piede, tanto dal sorpassare la sola concezione dei consueti (e pure un po’ desueti) costumi da gattina sexy, da infermiere borror, da vampiro un po’ sfigato e evolvendo dentro un discorso un po’ più complesso, con tutta una sua architettura: la tavola calda col menù a base zucca, la pasticceria col biscottino a forma di pipistrello, il negozietto con la ragnatela posticcia. Anche le serata hanno iniziato ad avere una loro sintassi: è un po’ il nuovo Capodanno, gli adolescenti sentono l’affanno di coronare la serata in maniera degna.
E mentre teenager cerca l’evento, il negoziante propone l’addobbo, e l’anziano scuote la testa, quelli che godono in misura maggiore di questo nuovo rito di massa sono i bambini. Non sono pochi i quartieri in cui la mamma sfodera quel rossetto nero o quell’ombretto arancio (così dannatamente anni ’90!) e cappellino da strega preso al bazar e si fa carico dei bambini del quartiere portandoli in tour al grido di ‘Dolcetto o scherzetto?’ È la rivoluzione.
Sono quelle cose che vedi nei film, nelle sitcom, nei serial.
Fosse Halloween l’occasione per tornare a divertirsi in maniera genuina per strada? Per risvegliare quest’orda di bimbi addormentati, non per colpa loro, da iPod e Play Station? Se una festicciola importata dai cugini a stelle e strisce è il prezzo da pagare, una chance gliela darei. Immaginate che bella la sera, dopo un giro nel quartiere a socializzare, si fa il mercatino dei dolci sgraffignati. Sembra tutto così lontano che fa strano anche scriverlo.

Sono altre le cose americane che avrei paura ad importare o dalle quali prenderei le distanze, tra i paradossi USA tra guerra e pace, le politiche permissive in temi di armi, la sudditanza economica, non un’occasione per festeggiare e passare una serata diversa laddove le nostre di festività hanno perso di appeal e si sono lasciate mortificare a solo pretesto per non andare a scuola.

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